TOY STORY 3 – LA GRANDE FUGA

I soldatini di plastica verde si lanciano dalla finestra con il paracadute: “quando arrivano i sacchi dell’immondizia noi siamo i primi a sparire”. Il cow boy Woody trova posto nela valigia di Andy in partenza per il college. L’astronauta Buzz Lightyear (nel primo film della serie, uscito nel 1996, non sapeva di essere un giocattolo: si convince soltanto quando all’emporio vede centinaia di suoi simili ancora nella scatola), il cane a molla Slinky, il timido dinosauro Rex sempre in cerca di qualcuno che gli dica cosa fare, il maialino salvadanaio Hamm, Mr e Mrs Potato che ogni tanto perdono labbra orecchie o occhi rimangono tra color che son sospesi. Forse in soffitta, forse nel camion della spazzatura, forse a bambini bisognosi di giocattoli usati. “Dov’è il tuo bambino adesso? Ti ha abbandonato?” ghigna il cattivo di turno, mentre il buono sta per andare incontro a una sorte orrenda (avvertimento alle anime sensibili: perfino un innocente telefono-macchinina su rotelle viene torturato).

I giocattoli senza un bimbetto-padrone che gioca con loro si sentono inutili e trascurati. Un asilo sembrerebbe la soluzione ideale: i giocattoli restano, i bambini passano. Se non hai un solo proprietario, nessuno riuscirà a spezzarti il cuore. Errore fatale, scoperto appena cala la notte. Intanto però abbiamo fatto conoscenza con i nuovi personaggi: l’orso rosa Lotso, Ken di Barbie con la sua casa dei sogni e un guardaroba vintage tutto luccicante, un bambolotto del tipo con ciuccio e cuffietta (sprovvisto di entrambi: gli restano solo le mutande, le gambette ad arco, un occhio semichiuso, i bambini possono amarti, e nello stesso tempo essere crudeli), tre deliziosi pisellini verdi in un baccello con cerniera, un porcospino in calzoni tirolesi che anche quando i bambini girano l’angolo “cerca di restare nella parte”. La sceneggiatura firmata dal Michael Arndt di “Little Miss Sunshine” in ogni altro caso sarebbe una garanzia. In questo, viene resa superflua dal perfezionismo maniacale di John Lasseter and company, che mai licenzierebbero un film se avesse solo quindici secondi di stanca. Per spettatori dai nove ai novant’anni. Particolarmente raccomandato a chi dice “non si fanno più i bei film di una volta” (dove “una volta” coincide esattamente con i vent’anni del parlante), e una storia con tanti strati come questa al cineclub non l’hanno mai vista.

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