AFFETTI & DISPETTI (LA NANA)

La governante, la tata, la cameriera, la serva, perfino la colf: tutto era meglio, non serviva uno specialista per tradurre. Il servi e i padroni sono – anche da prima delle “Bonnes” di Jean Genet – un argomento ghiotto e romanzesco, non si capisce perché vengano tolti di mezzo. Gli inglesi, che sanno come trattare la servitù, chiamano questo genere di storie upstairs/ downstairs (chi sta ai piani nobili, chi invece nelle stanzette di servizio ad aspettare il suono del campanello). Speriamo che il personale in uniforme rimanga almeno nel titolo di “The Housemaid”, film coreano di Im Sang-soo in concorso a Cannes: un paio d’ore tra super-ricchi sopportabili solo al cinema, piazzati in una casa tutta marmo, con prima figlia sveglissima, due gemelli in arrivo, moglie che fa yoga con una tuta bordata di pelliccia, capofamiglia che o suona il pianoforte o si presenta in camera della servetta con una bottiglia di vino e precise richieste sessuali (segue melodramma, così eccessivo che l’abbiamo goduto dal primo all’ultimo fotogramma). Qui siamo a Santiago del Cile. Raquel da vent’anni lavora per la famiglia Valdez, ha visto crescere i figli e ha visto invecchiare i genitori. Alla festa per i suoi 41 anni, organizzata nella casa dei padroni perché la governante non sembra avere altri legami e non lascia mai la stanzetta squallidina che le tocca, le propongono un aiuto per i lavori pesanti. Non l’avessero mai detto: Raquel reagisce malissimo, cercando in tutti i modi di far scappare le nuove ragazze in prova. Si impegna così tanto che ci riesce (del resto in casa non sembra esserci tanto da fare: i pavimenti sono lustri, i cuscini sprimacciati, la cucina uno specchio). Finché arriva Lucy, il tipo di cameriera sempre allegra che fa jogging con l’iPod prima di preparare la colazione. Il trentenne Sebastian Silva ha girato il film nella casa dove è nato e cresciuto, ricordando le serve che vide scappar via in lacrime quando era ragazzino. Molti premi ai festival internazionali, molte lodi a Catalina Saavedra, per i nostri gusti serviva un finale meno timido (questo va bene per le giurie dei festival). Problema: se 18 copie distribuite in alta stagione negli Usa hanno incassato 400 mila dollari, quanto incasseranno 20 copie distribuite in Italia nella stagione morta?

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