CITY ISLAND

L’insegnante di recitazione non ne può più. E la scena con Alan Arkin (il nonno responsabile della coreografia del balletto sexy-bambinesco in “Little Miss Sunshine”, Oscar per il migliore attore non protagonista) ha subito un posto di riguardo tra le scene della nostra antologia personale. Alla voce “gente che invecchia bene”, alla voce “grandi caratteristi”, alla voce “grandi comici ebrei”, alla voce “due o tre cose che gli attori devono imparare, prima o poi”. “Basta pause”, sbraita contro l’allievo che ha appena pronunciato il suo monologhetto. “Ho ascoltato pause per anni, sono stufo. In due battute ne ho contate quattro”. Ce l’ha con l’Actors Studio, con Marlon Brando, soprattutto con gli attori che lo imitano, convinti che la pausa possa migliorare un testo brutto e aggiungere intensità all’interpretazione (nei casi più clamorosi, decretare il successo di un commediografo come Harold Pinter – ribattezzato dai perfidi Pause & Effect – e fargli vincere il premio Nobel). Musica per le nostre orecchie, messe a dura prova dalle inutili pause degli attori e attrici di casa nostra (a teatro non andiamo da tempo perché oltre alle pause offende il rumore dei passi sul palcoscenico, che in Francia o in Inghilterra si sente solo quando arriva il convitato di pietra). Tra gli allievi di Alan Arkin troviamo Vince Rizzo, guardia carceraria che finge un pokerino serale per frequentare il corso, e studia la parte chiuso in bagno (l’attore è Andy Garcia, al provino si presenta con le guance imbottite di cotone, da ultima scena del “Padrino”). Non è l’unico segreto di famiglia, piccolo o grande. Tutti a turno vanno a fumare sul tetto o nascosti dietro la siepe, il figlio adolescente passa i pomeriggi guardando il sito “Booble” – dove le “o” sono sostituite da tette gigantesche – e sbirciando dalla finestra la grassa vicina di casa, a sua volta su Internet: carta di credito, pagamento, la web cam inquadra la cucina e un tavolo stracolmo di dolci e soufflé appena preparati. La figlia fa la lap dance. Tutto accade a City Island, isoletta del Bronx abitata da pescatori di vongole e newyorchesi desiderosi di tornare alla natura. Premio del pubblico al Tribeca Festival. Meritato: il film di Raymond De Felitta – che ha un’altra vita come musicista jazz – è ben scritto, divertente, recitato senza pause.

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