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Mentre Abbas Kiarostami gira in Toscana “Copia conforme” (facendo rimpiangere perfino a noi che non siamo mai stati suoi ammiratori i film neorealisti con i bambini poveri in marcia per restituire un quaderno scolastico), il trentottenne Asghar Farhadi si dedica agli iraniani ricchi. Il chador impera, ma accanto ci sono i Suv, le auto giapponesi, le borsette Vuitton. A distinguere i giovani iraniani dai trentenni che il mare lo fanno a Deauville o agli Hamptons, soltanto le canzoni popolari al posto di Madonna. Affittano le case sul mar Caspio e progettano fine settimana misti, maschi e femmine insieme. Perfino con un incontro galante da combinare: Sepideh ha invitato oltre agli amici di sempre la maestra d’asilo della figlia, vorrebbe farla conoscere a Ahmad che ha appena divorziato da una tedesca, è ritornato in patria, questa volta ha deciso per una moglie dei paesi suoi. La casa affittata non è disponibile, vediamo il gruppo ripiegare su un vecchio edificio in cattivo stato da ripulire, sistemare, spolverare, liberare dalle ragnatele. Ma già il fatto che non siamo né in un ingorgo di Teheran né in un villaggetto polveroso, che non vediamo bancarelle e motorette con almeno tre persone a bordo, fa ben sperare. I villeggianti chiacchierano a un ritmo che in un film iraniano non si era mai sentito, e anche questo fa ben sperare. La macchina da presa non sta mai ferma, e questo non l’abbiamo mai visto in un film parlato in farsi. Sbrigate le faccende, sistemati i bambini, preparata la cena, sembra che il film cominci ad avvitarsi su se stesso, sulle proprie chiacchiere, su un possibile “Grande freddo”, sulla bravura degli attori, in testa Golshifteh Farhani, vista in “Nessuna verità” di Ridley Scott accanto a Leonardo DiCaprio (partecipazione poco gradita al regime iraniano). A questo punto il regista e sceneggiatore trova l’incidente giusto per sorprendere lo spettatore. Il clima cambia, i complimenti alla sconosciuta si tramutano in sospetti, le donne si coalizzano contro l’estranea, gli uomini fanno gruppo. Insomma, grandi pettegolezzi sotto il chador, quindi grande metafora sulla menzogna della società iraniana e sulla condizione delle donne. Questa era sicuramente l’intenzione del regista, che però non è riuscito a rovinare del tutto il suo film, Orso d’argento all’ultima Berlinale e vincitore a Tribeca.

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