SEX AND THE CITY 2

Erano quattro ragazze eleganti, rifornite di geniali battute scritte da bravi sceneggiatori. Anche quando si trattava di chiacchierare su una protesi che avrebbe sostituito un testicolo mancante, e magari soppesarla per trovare la misura adatta, lo facevano con classe. Non sono più eleganti (basta il manifesto), la classe latita. Nella prima scena – matrimonio gay, con cigni e ponticello, Bubsy Berkeley che si rivolta nella tomba, Liza Minnelli che sgambetta sul palco – Carrie testimone di nozze ha addosso un smoking che grida vendetta seppur firmato Dior, con tacco dodici e diadema sulla chioma a serpentelli per dare un tocco femminile (potrebbe la costumista Patricia Fields, finora ammiratissima e premiatissima, guardare le foto di Marlene Dietrich prima di riprovarci?). Lei e Mr Big sono sposati da due anni, ancora la ragazza va a letto con il reggiseno rinforzato sotto la camicia da notte. Urge un televisore gigante da piazzare in camera, per vedere almeno i vecchi film visto che non si riesce a fare altro e di uscire non si parla: con mossa fulminea, Mr Big gliene regala uno per il compleanno. Come se non bastasse, finiscono ad Abu Dhabi, il posto più kitsch della terra. A questo punto che le scicchissime newyorchesi, un tempo capaci di togliere il saluto per un paio di Manolo Blahnik della stagione precedente, si trasformano in Fantozzi e nella signora Pina. Trovano tutto fantastico, stupendo, sublime, perfino il karaoke, dove rispolverano inni femministi anni Sessanta (“I’m woman”, lo stesso che il grande cerimoniere dell’Oscar usò per scacciare dal palco del Kodak Theatre Kathryn Bigelow).  A Samantha sequestrano gli ormoni ringiovanenti alla dogana, quindi smania e si sventola, negli intervalli dice cose del tipo: “Sono in vacanza da cinque minuti e già mi hanno offerto qualcosa in bocca”. Segue lezione su come si fuma il narghilè, non indegna di Alvaro Vitali. Nel suk, in calzoncini corti e circondata da arabi, sveltola preservativi e urla “perché io faccio sesso”, con ampi gesti delle mani in stile “ce l’ho qui la brioche”. (Per dovere di cronaca: all’anteprima di Milano è scoppiato l’applauso). La più sofisticata serie tv degli anni Novanta si gemella con il “Drive In” degli anni Ottanta e il pecoreccio: li amiamo tutti e tre, però per favore non combinati insieme, restano sullo stomaco.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi