LA REGINA DEI CASTELLI DI CARTA

Se tutto va secondo programma, nel dicembre 2011 uscirà il primo film americano tratto dalla trilogia “Millennium”, sceneggiato da Steven Zaillian e diretto da David Fincher. Entrambi hanno avuto alti e bassi di carriera (il primo dallo splendore di “American Gangster” alla miseria di “The Interpreter”; il secondo dalle meraviglie di “Zodiac” ai paradossi temporali di “Il curioso caso di Benjamin Button”). Produce Scott Rudin (ultimo successo, “The Queen”), ancora contrariato dal fatto che il prezzo dei diritti per la saga di Stieg Larsson salivano perfino durante i negoziati (Ia serie negli Stati Uniti è uscita un po’ in ritardo, il terzo mattone va in libreria solo in questi giorni). Significa che dobbiamo dire addio al sogno, coltivato per un po’, che sarebbe stato Quentin Tarantino a impossessarsi delle avventure della hacker Lisbeth Salander. Ma c’è una buona notizia: vuol dire che ci siamo finalmente liberati, con un certo sollievo, dalle inquadrature e dalle facce da ispettore Derrick che affliggono irrimediabilmente il lavoro di Niels Arden Oplev, il danese che aveva diretto “Uomini che odiano le donne” e lo svedese Daniel Alfredson, che ha diretto i successivi episodi. L’unica cosa notevole con cui il remake americano dovrà fare i conti è Noomi Rapace nella parte della guerriera alta un metro e mezzo che odia gli uomini che odiano le donne (per vendetta contro lo stupratore, che è anche il suo tutore, gli tatua sul basso ventre: “Sono un porco bastardo e stupratore”). I pettegolezzi parlano di Carey Mulligan, figlia di Gordon Gekko in “Wall Street 2” e clone di Audrey Hepburn in “An Education”. “La regina dei castelli di carta” comincia con Lisbeth Salander all’ospedale, dopo un seppellimento prematuro. Si riprende in un battibaleno – miracoli della fisioterapia – e arriva in tribunale per il processo. Già la credono pazza, lei si presenta con cresta di dieci centimetri, tuta nera e lucida, scarponcini con la zeppa, catene, collare con le punte, piercing in ogni dove. Non esattamente la divisa che l’avvocato difensore ti consiglia, per far buona impressione. Al suo fianco Mikael Blomqvist, sempre pronto a dare una mano con un bell’articolo di denuncia, un’inchiesta sul campo, un telefonino nascosto nella pizza. Molto lentamente (il film dura due ore e mezza) tutti i nodi psicoanalitici e i complotti vengono al pettine.   

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