THE LAST STATION

Scene da un matrimonio. Il marito tutto preso dal suo ruolo: “Io elaboro ed esprimo pensieri di grande importanza e significato e al tempo stesso devo lottare contro capricci muliebri che rubano la maggior parte del tempo a mia disposizione”. La moglie trascurata: “Dopo trent’anni di matrimonio, è giunto il momento in cui si fa sentire la differenza di età. E’ un vecchio. Ha bisogno di calma e di silenzio. Per lui i figli non sono altro che un peso; non sente il bisogno di avere accanto la moglie”. L’altro uomo, che in questo caso non è l’amante di lei, come nelle commedie “cielo, mio marito!”, ma parteggia (platonicamente, era più interessato ai soldi) per lui: “Che incredibile commedia! Lo mette in agitazione simulando crisi di disperazione e follia, oppure cerca di commuoverlo mostrandosi pentita e sottomessa”. Diamo un’occhiatina pettegola  in casa Tolstoj, gran specialista in infelicità familiari, grazie a Vladimir Pozner: in un libro appena uscito da Adelphi (“Tolstoj è morto”, l’originale risale al 1935, 25 anni dopo la morte dello scrittore nella stazioncina di Astapov) ha collezionato brani di lettere, diari,  dispacci, articoli di giornali. Un montaggio strepitoso, con materiali in presa diretta – i coniugi erano annotatori compulsivi, Leo prima del matrimonio aveva cercato di disinnescare la gelosia di Sofia dandole in lettura il proprio diario da scapolo – sullo scrittore che ai suoi tempi era famoso come Gandhi, aveva schiere di adepti, voleva diseredare moglie e figli lasciando i suoi beni al popolo russo, e morì in diretta nel primo circo mediatico che la storia ricordi. Partendo dal romanzo di Jay Parini (“L’ultima stazione”, appena uscito da Bompiani),  Michael Hoffman racconta l’arrivo nella tenuta di Jasnaja Poliana del giovane Valentin. Lo ha arruolato Certkov, gran intrallazzatore e primo tra seguaci del culto Tolstoj, perché faccia da segretario al grande vecchio. Posizione perfetta per raccontare i litigi, matrimoniali e no, le rappacificazioni, i voti di castità tardivi (la coppia aveva scodellato tredici figli). Il film si regge totalmente sulle spalle degli attori, tutti strepitosi e in grado di arrangiarsi da soli anche in presenza di un regista non brillante. Helen Mirren è la moglie furiosa, Christopher Plummer il venerato maestro, Paul Giamatti il maneggione senza scrupoli, James McAvoy l’ingenuo osservatore.

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