COPIA CONFORME

Scrive Variety che Cannes somiglia al “Giorno della marmotta”: si salgono le stesse scale a ore fisse, il badge viene controllato dagli stessi uscieri, facce ormai note ti passano al metal detector, la borsa viene perquisita dalle stesse signorine in beige, il pan bagnat del chioschetto ha il sapore dell’anno scorso. Da una cosa soltanto vorremmo essere esonerati: dalla bufala inguardabile che viene esaltata come capolavoro, esempio di sublime recitazione, modello di artistica sceneggiatura, testimonianza di profonda penetrazione nell’animo umano, con sapienti riferimenti alla storia del cinema, Capita spesso. Altrettanto spesso le sacrosante barriere di mercato (più affidabili dei critici che a sbagliare non rischiano nulla) proteggono gli spettatori. Non capita con l’ultimo film di Abbas Kiarostami, iraniano che cominciò a lavorare quando ancora regnava lo Scià di Persia e si fece notare ai festival internazionali un paio d’anni prima che l’ayatollah Khomeini morisse. “Copia conforme” parla di vero e di falso, di riproduzione dell’opera d’arte e di riproduzione umana (ambasciatore non porta pena, ci scusiamo comunque per chi filosofeggia a orecchio), di certe copie più belle degli originali, conservate al museo anche se il loro statuto cambia. Juliette Binoche e il baritono William Shimell (per la prima volta sullo schermo) si incontrano a una conferenza. Lui ha scritto un libro intitolato “Copia conforme”, lei arriva in ritardo e va via prima, con un appuntamento per la gita domenicale. Per dare un’idea del ritmo, o delle parti noiose non tagliate via: il microfono è pronto, la bottiglia dell’acqua pure, l’ospite è in ritardo, prende la parola il traduttore (Angelo Barbagallo, fondatore della Sacher Film con Nanni Moretti), fa due battute stantie sul ritardo dell’ospite. Dieci minuti da sbadiglio nella vita, figuriamoci al cinema. Segue una conversazione in macchina: lo scrittore ha l’aria saputa, lei si atteggia a groupie letteraria. Parlano inglese al caffè, mentre la padrona del locale li scambia per una coppia sposata, e lei in italiano sta al gioco. (Finzione e verità, questo Grande Tema in effetti mancava all’appello). Parlano francese con due turisti da cui si fanno spiegare il senso di una brutta statua. Perfino la Toscana sembra finta, a dispetto dei cipressi che evocano il “Viaggio in Italia” di Rossellini.

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