LA NOSTRA VITA

Dal 2004, la canottiera non fa più parte del paniere Istat che serve a calcolare il costo della vita. Resiste a oltranza nel cinema italiano, non sempre giustificata dalle circostanze. Poteva stare in “La prima cosa bella” di Paolo Virzì, ambientato nella Livorno degli anni Settanta. Pare fuori tempo massimo in “La nostra vita” di Daniele Luchetti, ambientato oggi nella periferia di Roma. Oltre alla canottiera per adulti e minori, i due film condividono il titolo ricavato da una canzonetta (Nicola di Bari contro Eros Ramazzotti, segno almeno che le musiche cambiano, mentre nella colonna sonora si canta a squarciagola Vasco Rossi), e il manifesto quasi sovrapponibile: due ragazzini soli con la madre Micaela Ramazzotti in un caso, con il padre Elio Germano nell’altro. Traduzione: ha voglia l’Italia a cambiare, l’orizzonte di riferimento dei registi si chiama ancora e sempre neorealismo. Siamo dunque alla periferia di Roma, il padre di famiglia lavora in cantiere, la madre è incinta del terzo figlio, il vicino di casa in sedia a rotelle fa lo spacciatore e ha sposato un’africana con le treccine. Quando la felicità lascia il posto al dolore, arrivano il fratello Raoul Bova e la sorella Stefania Montorsi per dare una mano con i ragazzini e la neonata. Le domeniche trascorrono nella stessa casetta sulla spiaggia – probabilmente abusiva – dei tempi felici, sfondo per la battuta che ogni recensore cita con ammirazione: “I tacchi alti sono come i parenti. Scomodi, ma servono” e per altri proverbi che caratterizzano il personaggio come saggia ragazza con il senso dell’ironia. Immalinconito e furioso per il lutto, l’operaio decide di ammucchiare soldi, usando metodi leciti e illeciti, per compensare gli orfanelli. A questo punto lo spettatore – come accade nelle sceneggiate napoletane dove il pubblico avverte l’eroe che il cattivo sta arrivando quatto quatto per aggredire alle spalle – vorrebbe urlare a Elio Germano che sta prendendo una pessima strada, che le cose andranno di male in peggio, che la palazzina mai e poi mai sarà finita in tempo, che i soldi in prestito procurano solo guai. Al posto nostro, lo faranno una madre e un figlio rumeni. Sceneggiatura firmata da Daniele Luchetti con Stefano Rulli e Sandro Petraglia, del tipo libertario: “Abbiamo lasciato liberi i nostri personaggi di sbagliare, non forzandoli a fare quel che piaceva a noi”.   

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