MATRIMONI E ALTRI DISASTRI

Un’altra famiglia. Un’altra famiglia introdotta dalla voce fuori campo. Un’altra famiglia con la quarantenne single che tiene sul computer il conto dei giorni senza sesso. Un’altra famiglia che intellettualmente se la tira e guarda con disgusto il futuro genero, giovanotto senza buoni studi che sgomma e parcheggia l’auto nei luoghi riservati agli handicappati. Un’altra voce fuori campo che commenta i rapporti tra madri e figlie e il tedio dei pranzi in famiglia. Un’altra donna che dorme sola e chiacchiera con il gatto. Un’altra libreria come luogo di lavoro, di osservazione, di incontri e di lamenti. Altri intellettuali che si presentano a cena, pronti a far conversazione con il ditino alzato. Altri poeti che declamano e intanto toccano il culo alle belle ragazze. Altra scena dopo l’opera lirica, con sguardi di orrore all’indirizzo dell’ignorante, che offre il fianco: “Lunghetta, però. Cantano anche per farsi passare il sale”. Altri superciliosi commenti sulle nuove generazioni che non leggono. Altri personaggi di contorno con l’accento toscano per far capire che siamo a Firenze (a Napoli la regista tenuta a battesimo da Nanni Moretti non poteva girare causa monnezza). Sulla montagna di luoghi comuni svetta una protagonista che si chiama Nanà. Deve essere sfuggito ai genitori colti e ricchi – ma di quella ricchezza antica che non fa orrore come quella nuova – che la ragazza titolare nel romanzo di Zola fa prima la puttana, poi la mantenuta di gran lusso e finisce malissimo. La seconda, correggendo un po’ il tiro, l’hanno chiamata Beatrice. Non è bastato, visto che ha scelto per fidanzato l’incolto maneggione sempre attaccato al telefonino. Per futilissimo spunto da commedia degli equivoci, la sorella zitella sceglierà bomboniere eque e solidali alle spalle del tamarro che vorrebbe il tipo di statuine che si trovano solo nei film di Sorrentino. Nina Di Majo parla di commedia europea e di cinema francese, senza far nomi e cognomi. Li facciamo noi: i suoi modelli irraggiungibili sono Jean-Pierre Bacri e Agnès Jaoui, nel “Gusto degli altri” e in “Così fan tutti”. Messa così, la faccenda è più imbarazzante. Perché a vederlo, “Matrimoni e altri disastri” evoca solo la categoria “film italiano non particolarmente riuscito”. Qualcuno ha lodato i movimenti di macchina: ma a cosa servono i movimenti di macchina se non c’è niente di interessante da inquadrare?

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