GREEN ZONE

Il problema è dove sistemare il film. Se dobbiamo collocarlo a fianco dei film “realistici” di Paul Greengrass, come “Bloody Sunday” (la domenica di sangue del 1972, tredici manifestanti per i diritti civili uccisi in Irlanda del nord) e “United 93”, la fedelissima ricostruzione – dalla salita dei passeggeri allo schianto – del quarto aereo dirottato dai terroristi l’11 settembre 2001. Oppure se dobbiamo metterlo a fianco dei Jason-Bourne-movie da lui diretti, “The Bourne Supremacy” e “The Bourne Ultimatum”: adrenalinici inseguimenti con uno smemorato per protagonista e la Cia che come sempre trama nell’ombra. Ambientato in Iraq nel 2003, quando si cercano le armi di distruzione di massa e bisogna decidere se smobilitare o no l’esercito iracheno, “Green Zone” è stato ribattezzato “Bourne a Baghdad”. Precisamente questo risulta essere, e non solo per la presenza di Matt Damon: un uomo – in questo caso l’ufficiale Roy Miller – stanco di trovare fabbriche di cessi dove dovrebbero essere gli ordigni nucleari, cerca di vederci chiaro. Quando un iracheno finalmente gli dà una dritta affidabile, portandolo a un passo dal generale Al Rawi (il fante di fiori nel mazzo di carte distribuito alle truppe), il nostro corre e viene inseguito, spara e si fa sparare addosso. Le uniche scene tranquille sono a bordo piscina dell’ex palazzo presidenziale di Saddam Hussein, o nelle stanze dove viene riunito il governo provvisorio. Sui televisori, George W. Bush e lo striscione “Mission accomplished”. Tutte le altre scene sono girate con la macchina a mano, e come gli occhialini possono dare giramenti di testa agli spettatori impressionabili. Ogni riferimento a persone, fatti e complotti davvero accaduti non può che considerarsi ridicolo. Avremmo anche la prova (cinematografica, non geopolitica) ma non la possiamo dire per non svelare la trama. Già la presenza tra i berretti verdi di Jason Isaacs, crudele colonnello simil-nazi in “The Patriot” con Mel Gibson, mette in allarme chi non va al cinema per farsi spiegare la politica estera americana (o la politica estera inglese dall’“Uomo nell’ombra” di Roman Polanski). Brendan Gleeson – era a fianco di Colin Farrell nel film “In Bruges” – è un pezzo grosso della Cia. Khalid Abdalla è l’interprete che ha lasciato la sua gamba in una guerra precedente, e ha le sue idee sulla ricostruzione.

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