PENSO CHE UN SOGNO COSI’

Novantamila euro sono una miseria per chi ha l’intenzione di girare un film, sia pure rispettando le regole del dogma danese: solo luci naturali, niente musiche aggiunte (ammesse solo se i personaggi canticchiano o ascoltano l’iPod, qui naturalmente cantano a squarciagola “Nel blu dipinto di blu”), videocamera manovrata dal regista. Due settimane di riprese approfittando delle vacanze estive sono pochissime, quasi tutte in una casa al mare avuta a prestito dopo molti tentativi, con gli attori non pagati, anzi richiesti di contribuire alle spese, spesso un po’ affamati: il catering era fornito da amici e parenti, pare sbagliassero quasi sempre il numero di porzioni (o forse non si erano resi conto che su un set anche minuscolo non ci sono solo gli attori e il regista). Si risparmia su tutto, ma non sull’essenziale: un mese di prove sul copione, personaggi che non sembrano la fotocopia degli amici del bar, una storia con colpi di scena. E’ infatti cosa nota e universalmente riconosciuta che la voglia di sapere “come finirà?” aiuta a sopportare le magagne tecniche. Non bisogna per forza inventare cose nuove e strane. Qui la partenza è quasi un classico: una venticinquenne dalla vita tranquilla, a parte qualche scontro con la madre, riceve una notizia assai spiacevole. Con il fidanzato e una coppia di amici va fuori città per un fine settimana. Appena tolte le lenzuola dai divani pensiamo: “ecco che arriveranno dialoghi noiosissimi, succede sempre così nelle case rimaste a lungo disabitate”. E invece no: i quattro hanno abbastanza segreti e complicazioni da scongiurare il pericolo (aiutano anche gli 80 minuti di durata, minimo sindacale bastante per metterci molte cose, se uno vuole, senza tempi morti). La stessa impresa era riuscita a Stefano Tummolini con “Un altro pianeta”: mille euro spesi per l’affitto delle sdraio e invito in concorso al Sundance Film Festival. Non è detto che Marco De Luca, 33 anni, riesca a ripetere l’exploit (il film è in programmazione ogni mercoledì sera al Politecnico Fandango, non propriamente una distribuzione capillare). Ma meriterebbe un po’ di attenzione da parte dei produttori. Anche Giorgio Diritti con “Il vento fa il suo giro” rimase confinato al cinema Mexico di Milano prima di far scattare il passaparola e diventare un caso. Tra gli attori si fa notare Marina Rocco, vista in “Amore, bugie e calcetto”.

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