IO SONO L’AMORE

Abbiamo afferrato tutti i messaggi, in parte diretti allo spettatore e in parte ai colleghi registi, sceneggiatori e attori del cinema italiano. Cominciamo da questi, un briciolo più originali della tragedia a base di passioni proibite, rivelazioni, incidenti mortali, cucina creativa. “Basta poveri, basta precari, basta disoccupati, basta pure con il ceto medio riflessivo. Voglio parlare dei miliardari”: ecco il messaggio numero uno lanciato da Luca Guadagnino (l’oscuro “The Protagonists” e il pecoreccio “Melissa P.” servono da coordinate per piazzarlo sulla mappa). Lo spettatore si rifà gli occhi con villa Necchi Campiglio, i salotti, i tavolinetti, i quadri alle pareti, le pareti anche più belle dei quadri, i vestiti eleganti di Tilda Swinton, i piatti con le dorature (sempre mezzi vuoti), i lampadari, la servitù con il grembiulino che scivola senza rumor di passi, il capofamiglia che si chiama Tancredi e deve fare un’importante dichiarazione sugli assetti futuri. “Io sono l’amore” è stato molto applaudito all’estero (dove finalmente tornavano i conti tra il cinema e il resto del made in Italy), godendo di qualche esagerato paragone con i gruppi di famiglia in un interno modello Luchino Visconti (i registi italiani non neorealisti sono così rari che non possiamo infierire). Ed era stato accolto con curiosità al Festival di Venezia, per motivi che c’entravano poco con il cinema e molto con la famiglia Agnelli. Fatta salva l’originalità dell’ambientazione – gli ambienti razionalisti anni Trenta disegnati da Piero Portaluppi, la piscina, i viali e il campo da tennis sono molto fotogenici – è difficile credere alla passione scatenata nella ricca signora dal giovane cuoco di origini proletarie amico del figliolo (gira gira, siamo sempre ai “poveri ma belli”, non si scampa). Prima il gamberetto, poi la zuppa, poi la discussione sulle erbette e gli aromi, poi un viaggio in Liguria (dove si capisce che la fotografia era tarata sugli interni e la luce artificiale), finalmente arriva la grande scena di sesso. Campestre, neanche a farlo apposta. Perché gli sceneggiatori – Barbara Alberti, Ivan Cotroneo, Walter Fasano – devono citare “L’amante di lady Chatterley”, evocare il rude guardiacaccia che sa trattare le donne, contrapporre il calore alla freddezza, mostrare in montaggio incrociato gli amanti che si levano svelti le mutande e le api che impollinano i fiori.

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