IL PROFETA

Romanzo di formazione, come non se ne scrivono più: raramente incontriamo un giovanotto che senza saper né leggere né scrivere mentre sconta sei anni di carcere impara tutto quel che gli serve per cavarsela all’uscita. Educazione criminale, come non se ne girano più: raramente incontriamo un giovanotto che compie il primo omicidio controvoglia – con una lametta da barba nascosta nella guancia, agli ordini di un boss   (“o lo ammazzi, o faccio ammazzare te”) – e appena si riprende dall’emozione mette in moto il cervello. La vittima – un testimone arabo da eliminare alla vigilia del processo – non sospetta nulla, al punto che generosamente offre consigli: “Approfittane per uscire dalla galera meno stupido di come sei entrato”. “La Francia è un carcere”, hanno fatto dire al regista i cultori del dibattito (come se qualcuno, uscito dal cinema dopo aver visto “Il Padrino” convocasse una manifestazione contro la mafia). Falsa pista: il bellissimo film di Jacques Audiard non denuncia e non spiega, si fa ammirare senza riserve perché resta in superficie: facce, gesti, mezzi discorsi, sbarre, tute, ciabatte e pareti scrostate. Per dire: non sappiamo nulla dell’apprendista criminale Malik, neanche se è colpevole o innocente. Avrà avuto un’infanzia e un’adolescenza come tante altre, forse peggio di tante altre, qui non entrano in conto. Un regista meno saldo di nervi e meno convinto del suo mestiere le avrebbe sfruttate tanto più che Malik è arabo in Francia (non musulmano, dettaglio che lo allontana un po’ dal suo clan e lo avvicina al capo della mafia còrsa). Jacques Audiard aveva già dimostrato la sua bravura e la sua inclinazione per le carriere criminali in “Tutti i battiti del mio cuore”, con Romain Duris indeciso tra il pianoforte e il tirapugni. Lì avevamo scoperto e ammirato Niels Arestrup (sinceramente, la sua partecipazione al “Futuro è donna” di Marco Ferreri ci era sfuggita), che nella scena d’apertura recitava un monologo sulla vecchiaia e le magagne annesse. Lo ritroviamo qui nella parte del boss César Luciani: i suoi duetti in cella con il quasi debuttante Tahar Rahim meritano tutti i premi ricevuti: Grand Prix a Cannes, London Film Festival, nove César su tredici candidature.

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