MINE VAGANTI

Bisogna stare attenti a quel che si dice su Ferzan Ozpetek. L’anno scorso, rispondendo a un’inchiesta di Ciak sullo stato del cinema – la domanda precisa era: “le tre cose che non vorreste più vedere in un film italiano” – un incauto rispose “le cucine di Ozpetek, con tanta gente attorno al tavolo”. Non l’avesse mai detto. Il regista si arrabbiò moltissimo e per dispetto promise ancora più gente con il tovagliolo al collo. Promessa mantenuta in “Mine vaganti”, ma trasferendosi in sala da pranzo, perché nel sud dei pastai – tale è l’azienda di famiglia – mangia in cucina solo la servitù. Attorno alla tavola imbandita, con la forchetta in mano e il coltello che picchietta sul bicchiere a richiamare l’attenzione come nei brindisi matrimoniali, si fanno le Grandi Rivelazioni. Che poi si riducono a una sola: “sono gay”. La materia per una commedia degli equivoci c’era, nelle mani di un regista davvero intenzionato a divertire. Non solo a stringere complicità con il suo pubblico di riferimento, o a cercare di allargarlo – come capita qui – senza scontentare i primi fan. Da qui il personaggio della zia nubile (Elena Sofia Ricci) che urla “al ladro” ogni volta che l’amante esce con le scarpe in mano dalla camera da letto, o della nonna Ilaria Occhini che tutto osserva e tutto capisce. Accade infatti che il figlio piccolo e gay (vive a Roma, non ha studiato economia e commercio ma lettere, vuole fare il romanziere) proprio la sera in cui ha deciso di rivelarsi viene scavalcato dal figlio grande e ugualmente gay, anche se in maniera meno scontata, giacché è rimasto al sud e lavora al pastificio. E’ un po’ improbabile che i due fratelli non abbiano neppure lontanamente sospettato uno dell’altro, ma se il film a questo punto partisse con la velocità richiesta da una commedia non staremmo a chiedere conto dei dettagli. Riccardo Scamarcio allunga la lista dei finti gay, riconoscibili essenzialmente perché a un certo punto sculettano e canticchiano davanti allo specchio, imitando Kevin Kline nel film “In & Out”. Con il film di Ozpetek abbiamo quasi esaurito i “gruppi di famiglia in un interno” girati quest’anno dai registi italiani. Resta “Happy Family” di Gabriele Salvatores. Dal trailer: “Ho 38 anni, non ho mai fatto niente in vita mia, voglio scrivere un film. D’autore e che incassi un sacco di soldi. Mi mancherebbe anche l’idea”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi