SOUL KITCHEN

Evviva, il nostro regista tedesco-turco prediletto ha scoperto la commedia. Lo avevamo conosciuto con “La sposa turca”, Orso d’oro alla Berlinale del 2004: un bel risarcimento, anche se il protagonista tentava il suicidio lanciando l’auto contro il muro, per le sofferenze patite guardando certi esangui film di tedeschi-tedeschi (beneficiò anche di un discreto scandaletto, ottima rete di salvataggio mediatico se la pellicola non avesse sfondato altrimenti: l’attrice Sibel Kekilli, annunciata come debuttante, era apparsa in un certo numero di pellicole porno). Lo avevamo perso appena due anni dopo, colpa di “I confini del paradiso”, fiacco e appesantito da messaggi multiculti, con un professorino che disconosce il padre omicida e cerca le sue radici in una libreria di Istanbul. Lì abbiamo temuto che Fatih Akin mai sarebbe riuscito a rifare scene come quella dei due turchi vissuti a lungo in Germania – passeggero e taxista – che a Istambul si considerano stranieri e si comunicano l’un l’altro i luoghi di origine: “Tu di dove sei?”, “Di Francoforte”. “Soul Kitchen” va in scia, e poco importa se i protagonisti non sono turchi di Amburgo ma greci della stessa città. Zinos gestisce un ristorante a Wilhemsburg, rinunciando alla feta e alla moussaka per servire gigantesche wienerschniztler, montagne di crauti, stinchi di maiale e altre specialità gustate dai rustici avventori. Trenta piatti in lista, e hanno tutti lo stesso sapore. L’arrivo di un nuovo cuoco – isterico e innamorato della nouvelle cuisine, parente stretto dello chef bulgaro conciato da Rasputin che domina i fornelli nel romanzo “Che la festa cominci” di Niccolò Ammaniti  – farà scappare i clienti vecchi e ne porterà di nuovi, attratti dalla ricchissima colonna sonora che delizia anche lo spettatore. Purtroppo si fa vivo anche il fratello ex carcerato in cerca di un lavoro finto, mentre la fidanzata bionda e di ottima famiglia parte per Shanghai. Il titolo viene da un brano dei Doors: ”Let me sleep all night in your soul kitchen”, il resto lo fanno Kool & The Gang, Quincy Jones, Sam Cooke, Ruth Brown, il rock, l’hip-hop, la musica greca. Oltre alla bravura nella commedia corale, Fatih Akin ha le idee chiare su dove sta andando il cinema. Definisce “Soul Kitchen” un “Heimat film”. I puristi tedeschi inorridiranno, come i puristi degli slum (e pure Salman Rushdie) erano inorriditi per “The Millionaire”.

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