A SERIOUS MAN

I  fratelli Coen tornano con questo film là dove Ethan Coen, in solitario, aveva ambientato il racconto “Ho ucciso Phil Shapiro” (da Einaudi, nella raccolta “I cancelli dell’Eden”). Il narratore comincia con qualche dettaglio splatter: “la faccia gli scoppiò, schizzando charoset di cervello”. Il riferimento al piatto della Pasqua ebraica, là dove chiunque altro avrebbe scritto “gli spappolai il cervello”, offre il primo indizio sull’ambiente. I vicini di casa si chiamano Kappelstein, vengono a cena con la yarmulke in testa portandosi dietro i propri piatti, milchig o fleishig a seconda del menu. Altri vicini si chiamano Menshevik: comprano la carne macinata per i praches dal macellaio kasher e come tutti mandano i bambini a Camp Herzl, colonia estiva sionista dove si cantano le lodi dell’Onnipotente “in maniera così sperticata che qualsiasi divinità con un minimo di buon senso si sarebbe sentita in imbarazzo”. Prendendo a modello Camp Herzl, i ragazzini ebrei di Minneapolis - in un quartiere suburbano molto somigliante a quello del film e del racconto Joel e Ethan Coen sono diventati grandi, le pagine sul campo estivo hanno il sapore dell’autobiografia - immaginano lo stato di Israele come “una grande colonia estiva armata dove era sempre estate, tutti dormivano su brandine e creavano opere di pasta cruda”. Raro esemplare di film senza difetti che strappa molte risate sulle tragedie della vita, “A Serious Man” racconta le traversie di Larry Gopnik, novello Giobbe in camicia a maniche corte (del tipo che non si stira, il tessuto non inganna). Rivela un cast di attori strepitosi finora totalmente sconosciuti – a cominciare da Michael Stuhlbarg con la sua faccia da fumetto – e rilancia alla grande i Coen dopo il prevedibile “Burn After Reading”. Facile ridere sulle manie per la chirurgia plastica e gli idioti che lavorano alla CIA. Serve più polso per ridere sulle Grandi Domande che l’uomo fa al suo Dio, sul fatto che spesso i disegni divini sono incomprensibili, sulla tragica constatazione che un comportamento retto o timorato non tiene lontane le disgrazie, sulla certezza – non meno gravida di conseguenze – che quando Dio vuole dirci qualcosa non usa l’iPhone (la scena dal dentista ebreo tocca vertici di assurda genialità). Il riferimento a Giobbe non è un modo di dire, Larry consulta uno dopo l’altro tre rabbini. Per prologo, prima del vintage 1967, dieci minuti in yiddish.

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