IL CANTO DELLE SPOSE

Serve un coraggio da leoni per fare uscire un film come questo in periodo natalizio. Ne servirebbe un po’ meno se esistessero ancora i cinema d’arte e cultura, frequentati dagli odiatori di blockbuster che solo a sentir questa trama – due sedicenni, una araba e una ebrea, nella Tunisi occupata dai nazisti – mettono “Il canto delle spose” in cima alla lista. Karin Albou allarga il quadro rispetto a “La pétite Jérusalem”, ambientato tra gli ebrei ortodossi nella banlieue parigina. In scena c’erano due sorelle, emigrate dalla Tunisia insieme alla madre vedova: una rispettava rigidamente i precetti religiosi in materia di sesso, fino a rischiare le ire del marito che si cercava subito l’amante; l’altra, studentessa di filosofia e donna delle pulizie per pagarsi l’università, sceglieva per moroso un musulmano. Nel “Canto delle spose” le pedine vengono spostate quanto basta per non sembrare un calco del precedente. Si capisce che alla regista interessano i corpi femminili, più o meno segregati e sempre prigionieri della volontà maschile. Interessano gli sguardi di complicità adolescenziale, le testoline con nastri tra i capelli appoggiate teneramente fronte a fronte, le parole mormorate in confidenza (baci e principi azzurri, perlopiù) tra i vapori dell’hamman. Myriam e Nour hanno sedici anni, vivono attorno allo stesso cortile, ognuna vorrebbe vivere la vita dell’altra: la fidanzata sogna la scuola, la studentessa sogna l’amore. Complicazioni insorgono (che la vita nella Tunisi del 1942 non fosse facile si capisce subito dal fatto che la danzatrice del ventre viene pagata con la tessera annonaria). Il fidanzato di Nour non trova lavoro, la madre di Miriam cerca per la figlia un marito ricco, i sogni d’amore si infrangono, e resta una sola domanda, rivolta peraltro alla famiglia del marito: “La sposa va preparata all’orientale o all’europea?”. Le attrici sono brave fino all’autolesionismo: Olympe Borval ha imparato l’arabo da zero, raramente abbiamo assistito a una ceretta tanto radicale (racconta la regista che perfino la troupe distoglieva lo sguardo). Karin Abdou ha pensato al film dopo aver scoperto un segreto di famiglia: il nonno l’aveva allevata come una figlia. Alla madre infatti – come a tutti gli ebrei d’Algeria – durante la guerra era stata revocata la nazionalità francese. Va da sé che gli arabi all’epoca erano schierati con i nazisti.

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