L’UOMO NERO

Sergio Rubini ha una questione aperta con la pittura. Già in “Colpo d’occhio” (e già con la complicità di Riccardo Scamarcio) aveva messo in scena un giovanotto che pur arrivando dalla provincia era un talentoso artista (intanto però lo vedevamo fabbricare manufatti inguardabili, o rotolarsi tra le lenzuola con una ragazza). Per contorno: i critici che con una parola fanno o disfano le carriere e le signorine indecise tra la carriera di modella o di musa. Ne uscì un film ambiziosissimo e mal riuscito, con qualche sequenza da antologia del trash, e noi sappiamo che – nel trash a sfondo artistico – solo i musicisti che ispirati compongono possono stare a pari con i pittori che ispirati dipingono. Con meno pretese, “L’uomo nero” sceglie la via della commedia. Il ferroviere pugliese Ernesto Rossetti - che sta a Rubini come il Peppino protagonista di “Baaria” sta a Giuseppe Tornatore – si duole per non aver potuto frequentare il liceo artistico, e infatti finisce con addosso la divisa da ferroviere (altro indizio: il primo film diretto da Sergio Rubini, con Margherita Buy, era intitolato “La stazione”). Dipinge per hobby, e quando scopre che nel museo di Bari hanno esposto l’autoritratto con bombetta di Paul Cézanne decide di copiarlo, portandosi dietro il figlio giovinetto che si annoia da morire e preferirebbe le giostre. La moglie maestra (Valeria Golino) lo relega con tele e pennelli nello sgabuzzino, e intanto accudisce il fratello droghiere, sempre in canottiera, tranne quando esce a fare il cascamorto. Ma il pittore dilettante è cocciuto: tra i frizzi e i lazzi del critico d’arte che scrive sulla locale gazzetta, progetta una mostra “con le mie cose migliori”. Sergio Rubini ha una questione aperta con la pittura, noi abbiamo una questione aperta con le canottiere. Nel senso che abbiamo a noia i film dove ricordi infantili su faccende peraltro banalissime sono promossi a imperdibili “Amarcord”. Senza passare prima da uno sceneggiatore che trasformi la non originalissima materia – tutti abbiamo avuto un’infanzia, qualcuno anche la rimpiange, ma non basta per imporla a spettatori paganti - in un copione brillante. Oltre che con le canottiere, abbiamo un problema con i ragazzini che corrono a piedi scalzi, con le femmine del sud in ciabatte, con le nordiche che fanno sognare, con le vedove pettorute. Un po’, anche con gli Arlecchini che escono dai quadri.  

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