PLANET 51

L’astronauta alla conquista del nuovo pianeta scende lentamente la scaletta – in primo piano gli stivaloni imbottiti che daranno origine ai Moon Boots. Fa un cauto passo, poi un secondo passo meno cauto. Colonna sonora di Richard Strauss, che Stanley Kubrick indissolubilmente legò a “2001: Odissea nello spazio”. Il momento è solenne. La bandiera americana, pronta per essere piantata. Finisce vicino a un barbecue. Planet 51 è infatti tutto meno che un pianeta disabitato, come pensano i terrestri che mandano lassù le navicelle spaziali. E’ ordinato, recintato, popolato di famigliole in perfetto stile anni 50: i ragazzini in tenuta da baseball, i padri che grigliano, le mamme eleganti nel loro grembiule da cucina. Piccolo particolare: hanno la pelle verdolina, e i loro fumetti e film dell’orrore si chiamano “Humaniacs”: gente dalla pelle schifosamente bianca (“con sole due braccia e senza squame”, fa dire Fredric Brown alla sua sentinella). Va da sé che l’astronauta si spaventa più delle famigliole: durante l’addestramento non gli avevano spiegato che sul pianeta alieno avrebbe trovato i juke box, e le esercitazioni in caso attacco nucleare (tutti sotto il tavolo, e la medaglietta al collo per riconoscere i cadaveri, spiega una suora in “Underworld” di Don De Lillo). Il resto del film – molto divertente, girato nei dintorni di Madrid da due registi spagnoli con 55 milioni di euro – è la favola di E. T. raccontata al contrario. Firma il copione uno specialista in mondi alla rovescia, Joe Stillman di “Shrek”, unico americano del gruppo. Quinta colonna degli astronauti è un robottino molto somigliante a Wall-E, che quando diluvia – ma su “Planet 51” piovono sassi – imita Gene Kelly in “Cantando sotto la pioggia”. Due citazioni, dal film della Pixar e da uno strepitoso musical di Hollywood, maneggiate benissimo.

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