LA PRIMA LINEA

Paradossi del cinema italiano. Renato De Maria gira un film dignitoso nella fattura e pochissimo compiacente con i terroristi, eppure mette le mani avanti come se avesse fatto qualcosa di sbagliato: “Chissà come sarebbe venuto il film senza le molte pressioni”. “La prima linea” non è “La banda Baader-Meinhof” di Uli Ledel: l’Italia non è la Germania, le situazioni produttive diverse, e pure i talenti di scrittura e di regia. Ma se vogliamo aprire il dibattito sugli eroi positivi e gli eroi negativi, bisogna ricordare che in quel film – selezionato come candidato all’Oscar – Moritz Bleibtreu nei panni di Andreas Baader era più affascinante di quanto non sia Riccardo Scamarcio. (Dialogo tra un recensore di film e un educatore: “Sì, ma è l’idolo delle ragazzine, e può essere dannoso”. “Vuol dire che le ragazzine impareranno, qualcuno glielo deve spiegare visto che genitori e insegnanti non lo fanno più, che una cosa sono i personaggi e un’altra cosa gli interpreti.) Anche le azioni erano più spettacolari, per non parlare della scena al campo di addestramento: le compagne prendono il sole nude, i palestinesi protestano. “Siete la prima linea ma dietro non c’è nessuno” dice una battuta del film, tratto da “Miccia corta” di Sergio Segio che dopo essersi dissociato (non pentito) dal gruppo terrorista si dissocia dal film: a suo giudizio, mancano gli ideali rivoluzionari. Fa da cornice alla storia l’attacco al carcere di Rovigo, nel gennaio 1982: il comandante Sirio getta una bomba per far evadere la fidanzata Susanna Ronconi (e ammazza un pensionato con il cane). Per rimettere i conti in pari, vendicando i compagni freddati dai poliziotti, uccide il giudice Alessandrini, che aveva appena accompagnato il figlio a scuola, e un compagno che aveva parlato con la polizia.

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