CAPITALISM: A LOVE STORY

Com’era bello il capitalismo di una volta, quando papà Moore riusciva a estinguere il mutuo della villetta prima che il piccolo Michael terminasse le elementari (la famiglia, inquadrata da una cinepresa superotto, mette in scena il sogno americano tra giardino e steccato). Poi, contrordine, il capitalismo è diventato un nemico che “si abbatte e non si cambia”, un male assoluto, un delitto senza punizione commesso da criminali che stanno a Wall Street. Per questo Michael Moore prende un rotolo di nastro giallo con la scritta “crime scene”, isola un edificio di Wall Street, urlando nel megafono tutto quel che pensa del sistema economico americano. Si tiene a debita distanza da Obama, su cui preferisce non sbilanciarsi: ma basta un po’ di immaginazione per capire che, se oggi Moore chiedesse conto delle promesse elettorali il presidente nero del nuovo new deal ne uscirebbe malconcio. Consoliamoci allora con il vecchio new deal, quando il capitalismo era presentabile in società, il presidente si chiamava Roosevelt, era in arrivo una nuova carta di diritti costituzionali: “Articolo Uno: diritto al lavoro”. Poiché i buoni muoiono sempre anzitempo, Roosevelt non riuscì a finire il lavoro. Riuscì però ad esportare la democrazia, in Italia per esempio: ecco perché, secondo Michael Moore, le italiane hanno avuto il voto alle donne nel 1945 (la buonanima di Roosevelt trascurò invece la Svizzera, dove le signore votano solo dal 1976). “Capitalism. A Love Story” comincia con immagini dell’impero romano, prese dalla Hollywood più pompiera: dovrebbero essere vietate come scorciatoia per mostrare la decadenza dei costumi e delle civiltà. Un po’ più interessanti – e nello stile del Michael Moore di “Roger and Me”: trucchetti argomentativi e parole grosse, ma almeno un po’ di divertimento - le scene sulle assicurazioni “dead peasant”, stipulate in segreto dalle aziende sui propri dipendenti. Naturalmente questo non significa che la vostra ditta vi considera più redditizi da morti che da vivi, come sembra credere il regista. Altra faccia scandalizzata verso i “condovultures”, avvoltoi che si gettano sulle case pignorate. E certo, gli aerei cadono perché i piloti sono pagati troppo poco. Una soluzione ci sarebbe, si chiama autogestione. Moore ha finalmente l’aria compiaciuta. Citto Maselli cadrà svenuto appena saprà che negli Stati Uniti fanno la rivoluzione senza consultarlo.

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