ORPHAN

Uno spot anti-adozione”, affermano i sostenitori del cinema come pretesto, convinti che lo spettatore non sappia riconoscere un film dell’orrore quando ne vede uno. Non contemplano neppure l’eventualità che i film dell’orrore di solito siano accuratamente scelti proprio perché mettono paura, da spettatori che quando tornano a casa non hanno l’abitudine di malmenare i figli, né di rimandare l’orfano che avevano in prova all’istituto. Noiosa eppure necessaria premessa per questo film, altamente improbabile ma benissimo costruito da un regista catalano di 35 anni, finora noto per “La maschera di cera”: Paris Hilton moriva tra atroci tormenti, e il pubblico in sala applaudiva (quando rifaranno un film della serie “Scream”, manuale sui film dell’orrore con esercizi svolti, bisognerà decidere a che punto del film muoiono le celebrità; se prima o dopo i neri, se prima o dopo gli spulzellati). La sventurata Vera Farmiga, che aveva già dovuto combattere con un bambino troppo perfetto in “Joshua”, dopo una sanguinaria scena in sala parto sana il dolore per un figlio nato morto scegliendo la più bella ed elegante bambina dell’orfanotrofio. Ha le lentiggini, il nasino, i capelli lunghi, siede composta in vestitini con i volant, porta le calze bianche e le scarpe con il cinturino, la collaretta e gli stringipolsi di velluto. Ella dipinge, standosene in disparte al piano di sopra mentre gli altri orfani rumoreggiano, e subito la mamma adottante le spiega “non c’è nulla di male a essere diversi” (un po’ di male c’è, e per punizione quando se ne accorge nessuno le crederà). La famiglia allargata torna in una bella casa con una bella macchina guidata da un commosso papà, la nuova sorella Esther fa subito amicizia con la figlia naturale Mia, che parla il linguaggio dei segni e porta l’apparecchio acustico. Viene guardata invece con sospetto dal fratello naturale: l’unico della sua età a sfogliare ancora le riviste porno, gli altri vanno su Internet. Storiaccia da giglio nero, per rubare il titolo al più famoso film del genere (“The Bad Seed”, diretto da Melvyn Leroy nel 1956): l’angelo mette i genitori l’uno contro l’altro ed è sempre presente quando qualcuno si fa male. Anche lei – l’attrice dodicenne Isabelle Fuhrman, da Oscar – avrebbe un buon motivo per lamentarsi: la famiglia perfetta registra un caso di alcoolismo e uno di grave trascuratezza.

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