MOTEL WOODSTOCK

Il festival di Woodstock – “tre giorni di pace, amore e musica” nell’agosto del 1969, vi dice qualcosa? – non ebbe luogo a Woodstock ma a Bethel, una settantina di chilometri più a sud. Temendo la folla di hippies drogati, le autorità della cittadina titolare fecero sapere che non c’erano abbastanza bagni a disposizione e passarono la mano (chissà se adesso ci hanno ripensato, o ancora sono fieri del gran rifiuto). Il taiwanese Ang Lee si rituffa nell’America profonda. Con James Schamus che aveva sceneggiato per lui “Brokeback Mountain”, tratto da un raccontino di Annie Proulx, adatta “Taking Woodstock” di Elliot Tiber (Rizzoli): la storia vera di un ragazzo che per aiutare i genitori, scalcagnati proprietari di un motel senza clienti illeggiadrito da una piscina di acqua marcia, prese contatto con gli organizzatori del festival e mise a loro disposizione una licenza per un festival. Lui stesso l’aveva firmata, in qualità di vicesindaco, sempre nel tentativo di salvare dalla bancarotta la sua yiddishe mame. Una che al minimo contrattempo sbraita “non sono venuta dalla Russia a piedi per essere trattata così”, ed è sprovvista dei più elementari requisiti – e non parliamo del sorriso sulle labbra – per fare l’albergatrice. Non mette le lenzuola a lavare neanche sotto tortura, al massimo una spazzolata, quando il cliente si lamenta viene mandato a quel paese. Sarà felice per l’arrivo dei capelloni: sulle porte delle stanze corregge il numero 8 con 8a, 8b, 8c, appende i fili al muro per dividere lo spazio con tendaggi, al figlio che la guarda inorridito (da tempo si è trasferito a New York, ogni ritorno a casa per le vacanze è un trauma) risponde: “a loro piace molto stare ammucchiati”. Elliot Tiber – nel film appare un po’ più giovane del dovuto, nella realtà aveva studiato arte al Brooklyn College e il suo romanzo di formazione non era ai primissimi capitoli – accoglie gli organizzatori che arrivano in elicottero, stracciando le preziose lenzuola per segnare il punto d’atterraggio. Grande cast: la mamma ebrea è Imelda Staunton, ritroviamo Emile Hirsch di “Into the Wild”, Liev Schreiber compare travestito da donna, per brutto trip o forse trauma da Vietnam. Niente musiche: per vedere Janis Joplin, o Jimi Hendrix alle prese con l’inno americano, c’è il documentario di Michel Wadleigh: assistente alla regia e montatore il giovane Martin Scorsese, che suggerì lo split screen.

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