BAARÌA

Sostiene Emiliano Morreale in “L’invenzione della nostalgia” (sottotitolo “Il vintage nel cinema italiano e dintorni”, esce da Donzelli) che la nostalgia di Giuseppe Tornatore non ha niente di vintage o di postmoderno. Non è la nostalgia di chi ricicla immagini e canzonette, come potrebbe fare un Quentin Tarantino qualunque, uno che il mondo non l’ha mai visto se non filtrato con le lenti del cinema. Per esempio, nell’ultimo film “Inglorious Basterds”, la Parigi degli anni Quaranta non somiglia alla Parigi com’era davvero, ma alla Parigi come la si vedeva al cinema (per esempio, da ogni finestra anche misera spunta la Tour Eiffel, neanche il ratto Rémy di Ratatouille ne è privo). Non siamo di fronte a una nostalgia mediatizzata – paragonabile a “Un’estate al mare”, o al magone che sale alla gola vedendo un calippo –  ma a una sana e genuina commozione per il passato proprio e della propria famiglia, raccontata sull’arco di tre generazioni. (La sana e genuina commozione per le meraviglie del cinema era in “Nuovo Cinema Paradiso”, abbondantemente citato anche in “Baarìa”, con cui il regista dà la caccia al secondo Oscar). Una volta Bagheria aveva le strade sterrate, oggi è piena di macchine strombazzanti. Una volta si prendevano in giro i gerarchi fascisti, sventolando salsicce al loro passaggio: un po’ troppe salsicce, come sono troppi i provoloni nelle botteghe, ma quando si costruisce un set a grandezza naturale – tra il corso Umberto vero e il corso Umberto finto fabbricato in Tunisia la differenza è di pochi metri – allo scenografo scappa la mano. Una volta i ragazzini correvano a perdifiato per comprare le sigarette ai grandi che giocavano a carte. Una volta le fuitine dei poveri si facevano dentro casa, perché non c’erano i soldi per allontanarsi e consumare. Una volta Renato Guttuso ha disegnato un polipo servito al ristorante. Una volta un comunista si è fatto prestare un cappotto per andare in Russia. Una volta un fabbro ha messo dentro una trottola una mosca viva. Una volta uno si è sparato per non andare in guerra. Partecipano al film più costoso del cinema italiano – ma Tornatore sostiene che “Il Gattopardo” girato oggi costerebbe assai di più, comunque i soldi spesi si vedono fino all’ultimo – decine di attori celebri, migliaia di comparse, uova rotte e serpenti neri che annunciano le disgrazie.

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