LA DOPPIA ORA

Le cose del mondo non funzionano secondo logica, le cose del cinema meno che mai. C’è un fantastico film come “La doppia ora” in concorso alla Mostra di Venezia – del tipo che dopo cinque minuti fa dire agli spettatori felici “non sembra neanche un film italiano”, tanto risulta credibile fin dalle prime scene. Viene accolto dai più con il sopracciglio alzato e il ditino che ammonisce: “Comincia come una storia d’amore e prosegue cambiando molti generi, troppi per un regista al suo primo film, ma chi si crede di essere?”. Ksenia Rappoport vince la Coppa Volpi (l’altra l’avrebbe meritata Filippo Timi) e il commento di chi solitamente non risparmia aggettivi in lode dei registi autarchici suona così: “Un premio a un’attrice che fa poco in una pellicola di cui nessuno ha capito niente”. Il giorno dopo – evviva! un po’ di giustizia a questo mondo rimane – Variety e Screen International vendicano l’offesa. Senza peraltro far cambiare idea al critico collettivo. Il colorista collettivo, sempre pronto ad acchiappare mezza frase lusinghiera sugli italiani ricavandone una pagina, di fronte a due recensioni che al film di Giuseppe Capotondi non trovano neanche un difetto, momentaneamente era fuori servizio. Lee Marshall su Screen International batte le mani: “Ma allora c’è vita nel cinema italiano, al di là dei melodrammoni e delle commedie pecorecce”. Loda la sceneggiatura di Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi, Stefano Sardo. Paragona il film a “La ragazza del lago” concludendo che “La doppia ora” è molto meglio. Sempre se ci fosse davvero giustizia, dovrebbe incassare parecchi soldi in più, se non altro per la recitazione da cinema e il fatto che – a differenza di Toni Servillo – qui nessuno fa lunghe pause prima di pronunciare una battuta o infilare la chiave nella porta. Variety dice che il film potrebbe essere visto molte volte, tanto lo hanno costruito solidamente. E fa notare che uno dei colpi di scena arriva dopo un’ora e un minuto. E’ la doppia ora del titolo (le undici e undici, le sette e sette), buona per esprimere desideri. Ne fanno parecchi la slovena Sonia e il vedovo Guido, dopo essersi incontrati a uno speed date. Aggiungiamo solo che gli americani vogliono farne un remake. Non una parola in più: meglio non correre il rischio, vista la naturale dispettosità umana, che prendiate il film in antipatia.

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