BARBAROSSA

Per un fatale errore di casting, il piccolo Alberto da Giussano che nel prologo salva la vita a Federico Barbarossa – ammazzando un cinghialone con la balestra impugnata come i piccoli gangster americani tengono il mitra – è uno scugnizzo nero con gli occhi scuri. L’imperatore biondo ringrazia, fa dono di un pugnale, torna nel suo palazzo, sposa l’undicenne Cécilia fatta chiamare dalla Borgogna, consulta l’indovina Hildegard von Bingen che lo mette in guardia dall’acqua e dalle falci. Dopo parecchi anni, parecchie conquiste, parecchie tasse sui raccolti, parecchie torture inflitte ai paesani che non rispettano i fagiani e le quaglie imperiali, ritrova sulla sua strada lo scugnizzo, ora con la faccia mediorientale di Raz Degan. Quando Alberto cresciuto arringa i suoi contro i tedeschi e crea le Brigate della Morte, per un secondo e altrettanto fatale errore di casting – conseguenza del primo, ma in questo caso la perseveranza, più che essere diabolica pare uno schiaffo alla Lega e a Umberto Bossi tanto assiduo nella promozione del film, “vederlo è come andare a votare” – sembra un terrorista islamico: barba lunga, faccia sporca, casacche-djellaba. Più che nell’ombra, trama nel buio, con la faccia sporca di nerofumo. E finalmente riunisce i popoli del nord – fino a un attimo prima si erano massacrati l’un l’altro con perizia e convinzione – in un fronte comune per “affrontare a lancia e spada il Barbarossa” (parole di Giosuè Carducci, alla musica guerriera e saremmo tentati di dire garibaldina, ma in questo caso non si può, provvede il regista Renzo Martinelli d’accordo con Pivio e Aldo De Scalzi). “Sta Federico imperatore in Como” è Rutger Hauer (ma noi lo immaginiamo sempre serial killer che fa autostop). F. Murray Abraham accorre ogni volta che qualcuno deve strabuzzare gli occhi, insidiare una fanciulla, uscire di scena con un ghigno accompagnato dal fumetto: “ti pentirai di avermi detto no”. Kasia Smutniak ha le visioni perché da piccola è sopravvissuta al fulmine, i lombardi fanno sabotaggio ai danni del ponte di barche, i tedeschi sono così perfidi che usano i prigionieri come scudi umani. In tempi non leghisti, Mario Caserini aveva girato nel 1910 una “Battaglia di Legnano” muta. Vien voglia di vederla, per controllare se anche lì c’erano falci e carrocci.

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