L’ARTISTA

L’astuzia principe, quando si girano film su artisti o scrittori, sta nel non mostrare mai i capolavori. Farebbero l’effetto di certi raccordi (detti in gergo “fegatelli”) girati a Cinecittà e integrati nei film hollywoodiani. Per esempio, quando in primo piano c’era una lettera e bisognava rigirare il dettaglio con la missiva tradotta in italiano, non di rado veniva inquadrata l’unghia del tozzo pollice che reggeva il foglio, in luogo del leggiadro dito femminile dell’originale. Non si poteva pretendere una manista – così si chiamano le ragazze che esibiscono nelle pubblicità le loro belle mani. Si acchiappava al volo uno della troupe e lo si pregava di reggere il foglio a favore macchina. Quadri e romanzi improvvisati dallo scenografo e dallo sceneggiatore fanno l’effetto del pollicione. Rompono l’incanto: per quanto bravi siano nei rispettivi mestieri, è difficile che riescano a produrre prosa o pittura all’altezza. Aveva fatto tesoro della regola Hal Hartley in “Henry Fool”, dove non leggiamo neanche una riga del Grande Poema Americano scritto da Simon Grim. Ne fanno tesoro Mariano Cohn e Gaston Duprat – due registi argentini che provengono dalla tv – in questa satira crudele sul gran circo dell’arte contemporanea. Non vediamo mai i quadri oggetto di tanto stupore e ammirazione, dipinti da un vecchietto catatonico e fatti circolare nelle gallerie modaiole da un infermiere psichiatrico che se ne appropria e passa all’incasso. Ascoltiamo i commenti dei critici che visitano le mostre. Lo spettatore sta posizionato esattamente dietro i dipinti, come dietro gli specchi che nelle centrali di polizia consentono di osservare gli interrogatori senza farsi scorgere. Lo scrittore polacco Witold Gombrowicz, nel suo torrenziale “Diario”, sosteneva che ai musei le facce dei visitatori – sinceramente curiose, fintamente interessate, perplesse, vogliose di darsi un tono con la ragazza, intente a calcolare quanti minuti bisogna fermarsi per non sembrare superficiali  – erano più interessanti delle opere in mostra. Detto e fatto: nascosti dietro i quadri, sentiamo frasi come “quanto dico interessante vuol dire che non mi interessa” oppure “se si capisce non vale nulla”. La fotografia è tanto perfetta da far risaltare gli interruttori bianchi sul muro bianco, la recitazione precisa e minimalista anche nel momento del dramma, quando il matto non vuole più saperne di dipingere.

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