UNA SOLUZIONE RAZIONALE

Non provateci a casa”, ha avvertito il regista svedese prima della proiezione a Venezia (sezione “Settimana della critica”). Sottoscriviamo la raccomandazione: se per caso siete sposati, e se per caso frequentate una coppia sposata, e se per caso il marito della coppia A commette adulterio con la moglie della coppia B, meglio non decidere di vivere tutti e quattro assieme. Magari stilando un preciso decalogo di regole, che impongono “sesso solo in camera da letto e senza far rumore”, “segretezza assoluta con gli estranei”, “assoluta sincerità”. Ecco la soluzione razionale del titolo, ovvero “mettiamoci tutti e quattro attorno al tavolo e discutiamo apertamente”, atteggiamento che fa più danni dell’atomica. L’idea viene in mente a Erland, operaio in una cartiera: prima salva da un tentativo di suicidio il collega depresso, subito gli ruba la moglie Karin (lei è molto, ma molto consenziente). Siccome a tempo perso Erland tiene con la legittima consorte May un corso sul matrimonio alla chiesa pentecostale, risolve il problema stabilendo che lui e la nuova vivranno al piano nobile, mentre i consorti scaricati si sistemano tra tavernetta e stanza degli ospiti. Scopo: sfogare la passione. Si sa che l’adulterio consumato di nascosto, aggiungendo il gusto per il proibito al gusto per l’adulterio, dura più a lungo. La temporanea coabitazione dovrebbe placare i bollori e ripristinare la situazione precedente. Il regista svedese sistema crudelmente le tessere del puzzle: non c’è nulla di più promettente, dal punto di vista narrativo, di adulti che si ficcano da soli nei guai, pieni di buone intenzioni a cinquant’anni passati. A colazione arrivano due facce allegre e due vieppiù immusonite (per cominciare, poi le cose cambiano, ma non vogliamo rovinare le sorprese). Il primo momento di crisi arriva quando la coppia nuova si corteggia sotto gli occhi degli ex consorti: “Ti piace il jazz? E quando mai a te è piaciuto il jazz?” “A me piace la margarina” è il goffo tentativo di cambiare discorso. Gli attori sono tutti bravissimi (quanto scarsi di glamour e di trucco), la fotografia butta sul grigio, gli interni sono spartani, il mare gelido. Nord nord, avremmo preferito un regista danese (Lars von Trier o il Thomas Vinterberg di “Festen”, tanto per fare i nomi) a un nipotino di Ingmar Bergman). Ma la storia c’è, e le emozioni pure, alla faccia del titolo.

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