SUL LAGO TAHOE

Pause, certo. Ma non sono tutte uguali. A teatro si fa presto. Ci sono le pause di Harold Pinter (Harold “punto e a capo” Pinter, per chi non gli perdona certi sbadigli). E ci sono le pause dei cattivi attori, convinti che far sospirare la parola successiva sia una tecnica infallibile per piacere ai critici. Al cinema è più complicato. Ci sono le pause paesaggistiche del lituano Sharunas Bartas, granelli di sabbia o boschi che neppure il terremoto invocato dallo spettatore quando si appisola potrebbe smuovere. Ci sono le pause parlatissime e affettate del portoghese Manoel de Oliveira. Ci sono le pause malesi (per nascita) e cinesi (per formazione cinematografica) di Tsai Ming Liang: quando una vecchia sale le scale, per rallentarla ancora un po’, la sceglie zoppa e le mette in mano scopa straccio e secchiello. Ci sono le pause bianche e nere dell’americano Jim Jarmusch. E le pause – spesso altrettanto bianconere, ma molto più gradevoli, perché scandiscono la comicità deadpan – del finlandese Aki Kaurismaki. Secondo molti autorevoli pareri, e secondo la giuria della Berlinale che aveva inventato per onorarlo un premio speciale (al “contributo più innovativo”), il messicano “Sul lago Tahoe” sta tra Jarmusch e Kaurismaki. Più impaziente il critico del Village Voice: il film è tanto lento che una gravidanza durerebbe dieci mesi. Volendosi affidare ai numeri, sappiate che dura ottanta minuti – il minimo per un lungometraggio – e sembra non finire mai. Fernando Eimbcke ha 40 anni, aveva debuttato nel 2004 con “Temporada de patas” (Tempo di papere), si capisce che ha disegnato lo storyboard come se fosse un fumetto, e tenuto la macchina da presa inchiavardata al treppiede. Risparmia sul budget facendo accadere fuori scena tutto quel è difficile da filmare. Non vediamo l’incidente, ma la macchina contro il palo, e un giovanotto che guarda nel motore. Serve un pezzo di ricambio, comincia la ricerca. Prima un vecchio meccanico con il cane. Poi la ragazza Lucia: lavora in un negozio di ricambi, ma non distingue una chiave inglese da un martello, è incinta e vorrebbe suonare in una punk band. Arriva il titolare della ditta, e anche lui sfodera le proprie manie. La riparazione continuamente interrotta fa capire al sedicenne che la vita è complicata, non solo dal punto di vista meccanico. 

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