KATYN

La tragedia polacca è tutta nella prima scena. Gente che scappa su un ponte con i fagotti in mano incontra altra gente che scappa con i fagotti in mano. “Non andate di là, ci sono i tedeschi”, avvertono quelli che corrono da una parte. “Non andate di là, ci sono i russi” avvertono quelli che vanno dalla parte opposta. Nella foresta di Katyn, il 4 marzo 1940 furono massacrati per ordine di Beria ventimila ufficiali polacchi: l’intera classe dirigente. Le fosse comuni furono scoperte tre anni dopo, il massacro messo in conto ai nemici nazisti. La nuova classe dirigente – assai improvvisata, come si vede nel film – era sovietica, mica si poteva accusarli. Caduto il Muro di Berlino, mica si poteva scatenare una guerra civile. Il regista polacco racconta la terribile storia e le sue conseguenze con passo da cinema d’altri tempi (tranne che nella scena del massacro: un colpo dopo l’altro, l’addetto che lava via il sangue). Schierando troppi personaggi esemplari nella seconda parte del film. Ha una scusante, la storia lo tocca personalmente: il padre fu ucciso dai sovietici, anche se non a Katyn.

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