CA$H

Lo sceneggiatore (che è anche il regista) ha compilato un bell’elenco per non dimenticare niente. Denunce di furti che non sono tali, buste di denaro che cambiano di mano con mazzette di finte banconote (c’è qualcosa di meglio per convincere i polli che sei un falsario di prima categoria?). Un tale con la tuta da operaio entra in un ufficio, manda fuori le impiegate con una scusa, piazza la foto di famiglia sul tavolino e si finge l’occupante legittimo, pronto a spedire miliardi su un conto segreto. Le truffe migliori – dicono – hanno per vittime gli assicuratori di provincia, ma bisogna metterle in atto subito, il pollo potrebbe insospettirsi. Le donne bionde si fanno offrire lo champagne negli alberghi di lusso e le donne brune – Valeria Golino, per una volta senza riccioli – fanno le poliziotte e sventano crimini con l’aiuto di un teleobiettivo da far morire d’invidia James Stewart (che pure trafficava con un cannone di cospicue proporzioni in “La finestra sul cortile”). Gli uomini offrono lo champagne, hanno sempre una missione segreta da compiere (che magari nasconde un più nobile intento, nella vita non esiste solo l’arte della truffa), per svagarsi si rigirano tra lenzuola di seta blu notte. I giochi doppi non se li fila più nessuno, devono essere almeno quadrupli, a costo di mandare in confusione gli spettatori. Già rari nei fine settimana estivi, andrebbero – andremmo – coccolati e gratificati, omaggiati con meravigliose chicche, magari destinate a pochi ma memorabili. Invece sono – siamo – costretti a contare i mesi che mancano all’uscita di “Up”. Eric Besnard dovrebbe ripassare il manuale alle voci “arco drammatico” e “struttura narrativa”: non importa il numero dei colpi di scena, quando facciamo fatica a distinguere i personaggi e non possiamo tifare per nessuno (la sospensione dell’incredulità richiede un minimo di partecipazione, i tradimenti e i doppigiochi vanno distribuiti con giudizio, non c’è bisogno di rovesciare il tavolo ogni cinque minuti). Dice di avere costruito il film a partire dal colpo di scena finale, imitazione di certe commedie dove la violenza era intrecciata alla commedia, e l’eleganza mescolata alla furbizia. Tra “Ocean’s Eleven” e “Il caso Thomas Crown”, per intenderci. Dalla “Stangata” siamo troppo lontani, ma è certo che la sognava tutte le notti, e quando guardava Jean Reno vedeva Paul Newman.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi