SETTIMO CIELO

Galeotto è un paio di pantaloni, aggiustati e consegnati dalla sarta a casa del cliente. Colpo di fulmine, i due finiscono a letto senza che abbiate il tempo di chiedervi perché un signore e una signora dai capelli bianchi si comportano con più frenesia di due adolescenti. Qualche scena dopo, teste appoggiate sul cuscino, ridacchiano su un piccolo incidente capitato durante la misurazione dell’orlo. Inge ha sessant’anni (ed è sposata da parecchio con un uomo appassionato di treni), l’amante Karl ne ha settantasei, e sembra privo di legami. Si vedono, si rivedono, vanno a passeggio in bici e a fare il bagno nel fiume. Ursula Werner e Horst Westphal, celebri attori del teatro tedesco, non hanno esitato a far quel che il regista chiedeva. Intenzionato a mostrare la passione tra i due come se avessero la metà degli anni certificati dall’anagrafe, li ha fatti spogliare e amoreggiare tra le lenzuola, cosa che ha procurato a “Settimo cielo” una certa notorietà festivaliera come film da dibattito, un premio “Coup de coeur” a Cannes, gli elogi di Sean Penn. Nelle rassegne tematiche farà coppia con “Mother”, tratto dal racconto di Hanif Kureishi e diretto da Roger Michell (la mamma da pochissimo rimasta vedova va a letto con Daniel Craig, il fidanzato della figlia, e commenta “non credevo che più nessuno mi avrebbe toccata, a parte il becchino"). Minimalista, pochissimo parlato soprattutto nella prima parte, delicato e duro meriterebbe qualcosa di più. Ma è difficile consigliare un titolo simile a chi va al cinema una volta ogni quindici giorni, oppure vive in luoghi non raggiunti dallo scarso numero di copie. Quindi, modesta proposta: perché la distribuzione, invece di organizzare anteprime sempre più blindate, non pensa seriamente di risolvere il problema, seguendo l’esempio della musica? Il download da Internet, legale e a pagamento, sarebbe un bel modo per raggiungere tutti gli spettatori interessati. Senza dover sperare nelle giornate di pioggia estiva che riempiono le sale. Senza dover augurare lunga vita agli spettatori che preferiscono i cinemini d’essai alle multisale. Senza continuare a pensare che l’unico cinema che vale è quello goduto nella sala buia. Con quel paio di tormenti che si chiamano “prenotazione” e “posto assegnato dal computer”.

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