SACRO E PROFANO

Madonna ha colpito al cuore Nanni Moretti, che solennemente le conferisce il bollino Sacher, marchio di qualità finora appannaggio di Abbas Kiarostami e altri registi non memorabili per brio o capacità di intrattenere le masse (sennò dobbiamo pensare che la scelta di distribuire il film sia dovuta alla voglia di risollevare un po’ gli incassi, pensiero maligno da scacciare all’istante). All’ultima Berlinale, dove “Sacro e profano” era l’evento speciale, si era sparsa la voce che la cantante per far bella figura avesse arruolato un regista vicario. Era la stizza di chi avrebbe voluto fischiare, o aveva già pronto nel cassetto un pezzo irritato, e suo malgrado ha dovuto ricredersi: il debutto da regista della rockstar si lascia guardare con un certo divertimento. Gran parte del merito va a Eugene Hutz dei Gogol Bordello, gypsy-punk band fondata da un giovanotto ucraino emigrato negli Stati Uniti ai tempi di Cernobyl: bravo, simpatico, e con una faccia che buca lo schermo (si era già fatto notare in “Ogni cosa è illuminata” di Liev Schreiber, splendido adattamento dell’inadattabile romanzo di Jonathan Safran Foer). Eugene Hutz, che ha scelto come motto “think globally, fuck locally”, fa la parte di se stesso, o quasi. E’ un musicista in cerca di scrittura che per mantenersi riceve a domicilio clienti masochisti: una volta si fa trovare vestito da fantino, mentre il pagante ha morso e sella sulla schiena; un’altra volta sculaccia maturi signori vestiti da scolaretti. Ma i suoi baffoni a manubrio, l’inglese da mafia russa (che gli esce naturale mentre Viggo Mortensen dovette faticosamente impararlo per girare “La promessa dell’assassino” con David Cronenberg), la saggezza ucraina e le sue musiche fanno dimenticare la fragile sceneggiatura. E’ un “vedo gente, faccio cose” ambientato nell’appartamento londinese che l’ucraino divide con due ragazze altrettanto lontane dai loro sogni. Una studia da ballerina classica, e per mantenersi cerca lavoro in un locale di lap dance (al provino arriva sul palco con il collant, peggio del bromuro). L’altra vuole andare in Africa a curare le sofferenze dei negretti, intanto litiga con il farmacista che raccoglie soldi per gli orfani di Bombay. Gli 80 minuti scarsi – inconsueti per un’opera prima – mostrano che sua madonnità sa dar fondo alle proprie ambizioni artistiche senza spazientire lo spettatore.

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