QUESTIONE DI CUORE

Possiamo considerarlo un esercizio di stile. Dove gli accenti e gli ambienti vengono prima della trama, montata su coppie oppositive: operaio che lavora con le mani contro sceneggiatore che lavora con la testa, quartieri pasoliniani contro quartieri moraviani, dialetto contro italiano, famiglie numerose contro la solitudine dei numeri primi, persone che ti coccolano nelle disgrazie contro amicizie di facciata, nord contro sud, rabbia e rassegnazione, aggravamento contro guarigione, perfino uomini belli contro uomini così così. “Come sei bello” è la prima cosa che Antonio Albanese (lo sceneggiatore arrivato a Roma dal profondo nord) dice a Kim Rossi Stuart (il carrozziere del Pigneto). Da lettuccio d’ospedale a lettuccio d’ospedale: entrambi sono stati ricoverati per un infarto. Al capezzale del primo arrivano attori e registi: Stefania Sandrelli, Paolo Virzì, Daniele Luchetti, Paolo Sorrentino. Con addosso camice verde e cuffietta Carlo Verdone fa per tre minuti l’amico che al nostro letto di dolore non vorremmo vedere mai (chiede come ti stanno curando, appena glielo dici fa una smorfia, come a dire “hanno sbagliato tutto, quello è il dottorino, quella cura è vecchia, quell’esame inutile, come mai non ti hanno fatto l’altro test?”). Al capezzale del secondo, si presenta una moglie incinta con due figlioli, tale Perla e tale Ayrton, stupitissimi (come le infermiere) di trovarsi gomito a gomito con la gente del cinema, le disgrazie accomunano. Francesca Archibugi – che firma anche la sceneggiatura, dal romanzo di Umberto Contarello uscito da Feltrinelli con il titolo “Una questione di cuore” – dice di aver lavorato da artigiana, con il martello e con la pialla. Viene in mente lo scrittore che nel romanzo “L’informazione” di Martin Amis aveva allestito in cantina un finto laboratorio da falegname, con una sedia raffazzonata, utile per portarci in visita i giornalisti. Questo artigianato è del tipo che si vende di domenica ai mercatini chic, non nel senso delle belle cose solide fatte per durare. Ogni dettaglio è lustrato e illuminato, compreso il mestieraccio dello sceneggiatore, spiegato ai bambini da Antonio Albanese, l’aria infelice chi porta sulle spalle il peso del mondo: sedersi al bar, guardarsi in giro, chiedersi che accento ha la cassiera, indovinare come i borgatari chiamano i figli, passare all’incasso.

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