VERSO L’EDEN

Frank Capra da Bisacquino intitola la sua autobiografia “Il nome sopra il titolo”, ancora fiero per il privilegio concesso, che ai registi capitava assai di rado (erano i tempi d’oro delle major, il produttore e le star contavano di più). Riccardo Scamarcio da Trani il nome sopra il titolo lo ha già conquistato: spente le luci, nella primissima inquadratura di “Verso l’Eden” compare il suo nome. Succede, quando i registi sono duri, puri, hanno alle spalle film come “Z-L’orgia del potere” o “L’amerikano” e pensano a Hollywood come al luogo deputato per perderci l’anima, calpestata da produttori senza scrupoli. Scamarcio arriva con il nome di Elias, clandestino su una nave affollata, senza documenti perché il passatore obbliga i derelitti a strapparli. Un arrembaggio di polizia lo convince a gettarsi in mare. Nuotando arriva in un villaggio turistico del tipo superlusso, con il filo spinato attorno al giardino, ben nascosto dalla bouganville. L’incrocio tra immigrazione e paradiso recintato alla James Ballard – che per i villaggi vacanze, il condominio, il gabbiotto di sicurezza con l’agente o il campus riservato ai superscienziati ha una vera passione – è la buona idea. Una in più di quel che aspettavamo di trovare in un film di Costa Gavras. Meno di quelle che servirebbero per riempire due ore di pellicola. Il clandestino funge da serpente nel paradiso – altro dettaglio molto ballardiano – e dà origine a qualche gag. Arriva con un paio di stracci addosso, ma sono già di troppo, lì bisogna stare nudi e lui si vergogna. Gli offrono cornetti appena sfornati e succo d’arancia, non vogliono soldi in cambio. Lo arruolano nelle ronde che inseguono il clandestino. Viene strapazzato dall’animatore, mentre il capo villaggio chiede “ma questo è uno dei nostri oppure un ospite?”. Il seguito scivola più banalmente nel copione “clandestino che scappa, polizia che lo insegue”, tra mercati, camion che nessuno controlla alle frontiere (i terroristi vanno in aereo), accampamenti di zingari, travestimenti (in luoghi che, forse per effetto della coproduzione, hanno scritte in francese e suonano musichette tedesche). Riccardo Scamarcio – dieci frasi in tutto, il resto sono sguardi timorosi – è perfettamente credibile nella parte dell’immigrato che ha appena imparato l’italiano su un manualetto di conversazione.

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