THE WRESTLER

Come il wrestler Randy The Ram, Mickey Rourke ha avuto i suoi giorni buoni durante gli anni 80, quand’era nel cast di “Rusty il selvaggio” (diretto da Francis Ford Coppola) e “L’anno del dragone” (diretto da Michael Cimino). Scontento di tutto, e di se stesso sopra ogni cosa, lasciò il set – dove dava prova del suo cattivo carattere – per darsi al pugilato. Si fece spaccare la faccia, rompere i denti, incrinare le costole, maciullare uno zigomo. Si fece rappezzare da un chirurgo che forse era negato, oppure tentava il gesto artistico, dopo aver ammirato le performance di Orlan. Quando Frank Miller lo volle in “Sin City” (2005), Rourke era in grado di affrontare senza trucco il ruolo di un gigante che si era appena scontrato con una vetrata, bastò mettergli addosso un po’ di cerottini (e offrigli un letto rosa a forma di cuore, in un film in bianco e nero, per giocare alla Bella con la Bestia). “La sua faccia somiglia a un preservativo usato raccolto da una pozzanghera in una notte di pioggia”, scrisse un giornalista francese. Fa gioco la risonanza tra personaggio e attore, ma non basta per dar conto di questo film bellissimo che meritava l’Oscar. Mickey Rourke era già bravo allora, perfino quando guardava lo spogliarello di Kim Basinger in “Nove settimane e mezzo”. Lo è anche adesso, con i capelli biondi lunghi, i muscoli che scoppiano, la calzamaglia verde, anche se il combattimento al Madison Square Garden con l’Ayatollah è un ricordo, e i videogiochi con il suo personaggio sono per nostalgici. Restano le palestre scolastiche, seguite dalla triste cerimonia dell’apparecchio acustico poggiato sul comodino prima di andare a letto. Mickey non poteva competere con Sean Penn, che aveva a suo vantaggio il naso finto e il personaggio (quasi santino) di Harvey Milk. L’Academy non dà volentieri premi ai wrestler, pretende ruoli meno muscolosi: al primo pugno si copre gli occhi, senza accorgersi che la storia è vecchia quanto Hollywood. Se i combattimenti – concordati e con la pistola sparagraffette – sono la vostra scusa per non vedere il film, sappiate che sul wrestler esistono un paio di paginette firmate Roland Barthes (nei “Miti d’oggi”: cosa tocca fare, per convincere a vedere uno dei migliori titoli dell’anno). Con Mickey Rourke risorge il regista Darren Aronofsky, che temevamo irrecuperabile dopo “L’albero della vita”.

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