L’ONDA

Da dibattito. Il regista, tedesco nato nel 1973, sa come si esce dal recinto delle recensioni, quindi nelle interviste non ha dimenticato un riferimento a Facebook (nella frase: “i nazisti oggi lo userebbero per far proseliti”). Ma già si parlò del film quando fu presentato al Torino Film Festival, in contemporanea con il più labile dei movimenti studenteschi – che per singolare coincidenza si chiamava l’Onda. All’origine, un esperimento condotto in un liceo californiano, anno 1967, nel tentativo di spiegare agli studenti il concetto di totalitarismo. Dennis Gansel trasporta la vicenda nella Germania di oggi, dove il libro di Todd Strasser che racconta la vicenda è ben conosciuto, e il film ha messo insieme due milioni e mezzo di spettatori (aiutano un paio di riferimenti precisi: luoghi pubblici incendiati e volantinaggi). Il giovane professore con la maglietta dei Ramones spiega l’ascesa al potere di Hitler. Su una cosa gli allievi sembrano concordi, tra uno sbadiglio e l’altro: non potrebbe mai più succedere. Un po’ per scherzo e un po’ per pedagogia montessoriana, il professore si fa dare del lei e comincia a imporre qualche regola: si alza la mano prima di parlare, si viene a scuola tutti vestiti uguali (camicia bianca e jeans), ci si saluta simulando un’onda con la mano. Da qui il nome del movimento: “Die Welle”. Le intenzioni sembrano lodevoli: la divisa serve per non far notare le differenze tra ricchi e poveri, il gruppo aiuta i deboli e li protegge come un’associazione di mutuo soccorso, abbasso la competizione e viva la solidarietà. In capo a una settimana (che forse è un po’ presto), i liceali in divisa cominciano a far proseliti. In capo a qualche altra settimana (che forse è un po’ inverosimile, esistono comunque altri insegnanti, i genitori, un preside) restar fuori dal gruppo non è consigliabile. Il film fa venire i brividi quanto l’esperimento di Stanford – dove persone normali scelte a caso e vestite da guardie manganellavano persone altrettanto normali e altrettanto scelte a caso, ma vestite da carcerati. Altri brividi li procura chi ne approfitta per tracciare una linea diretta dal grembiulino scolastico alla svastica. Dimenticando il Libretto rosso e le divise maoiste che incantarono gli intellettuali europei, perlopiù fieri paladini della Rivoluzione Culturale che li avrebbe mandati a spalar letame per il resto dei loro giorni.

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