CHANGELING

La favola del figlio cambiato, alla maniera di Clint Eastwood. Luigi Pirandello raccontava streghe che scambiavano bambini sani e paffuti con piccini magrolini e deformi. Bastava però prendersi cura amorevolmente del nuovo e malaticcio arrivo perché al legittimo fosse garantito un futuro di agi. Siccome nelle favole il denaro non garantisce felicità, lo scambiato abbandona il palazzo per tornarsene con la mamma al tugurio. Clint Eastwood gira nella Los Angeles degli anni Venti, livida e corrotta. All’origine c’è un fatto di cronaca, ma “Changeling” svolta subito verso il melodramma. Anzi, verso un paio di melodrammi (non sempre ben intrecciati), aggiungendo un po’ di thriller quando le lacrime materne non bastano al pathos. Angelina Jolie lavora come capo centralinista: in pattini a rotelle, controlla le colleghe che maneggiano gli spinotti (per i sottintesi erotici degli spinotti, leggere Andrea Vitali: in un suo romanzo tutti i maschi di Bellano restano incantati dalla nuova impiegata ai telefoni). Ha un bambino di nove anni, che tira su da sola. Un pomeriggio, dopo un turno non previsto, torna a casa e non trova il bambino. La polizia per 24 ore si rifiuta di intervenire: quasi tutti i mocciosi tornano a casa, dopo aver fatto il giro dell’isolato o poco più. Qualche mese dopo, il dipartimento di polizia losangelino annuncia il ritrovamento dello scomparso. Incontro alla stazione, con tanto di cronisti e fotografi. Tutto andrebbe per il meglio se Walter fosse davvero Walter, non un altro ragazzino poco somigliante ma abbastanza furbo da sfruttare la situazione (è la scena più credibile del film, che poi ha in serbo dottori perfidi, predicatori radiofonici buoni, bambini sfuggiti ai serial killer. D’accordo, era il 1928. Ma è possibile che nessuno avesse uno straccio di fotografia per fare qualche confronto?). Tutto si sopporterebbe – e di fatto nei film tutto si sopporta, anche le peggiori incongruenze: guardate, per favore, che razza di guardaroba sfoggiava un’impiegata e madre nubile negli anni Venti – se solo la regia non pensasse soltanto a far piangere gli spettatori e a regalare un Oscar alla protagonista (che ha fatto di meglio in “A Mighty Heart”). Quando sono a un punto morto faccio entrare dalla porta un uomo con la pistola, diceva Raymond Chandler. Eastwood aggiunge sciagure.

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