ST. TRINIAN’S

All’inizio di “Zia Mame” – il romanzo più divertente dell’estate, firmato Patrick Dennis e uscito da Adelphi – bisogna scegliere la scuola per un ragazzino rimasto orfano. Il curatore testamentario prende in esame i più severi istituti maschili, classi miste neanche a parlarne. L’eccentrica zietta –  che per l’occasione ha tirato fuori dall’armadio lo chiffon nero e dal repertorio teatrale l’aria fragile e malinconica –  vorrebbe la scuola diretta dal suo amico Ralph, freudiano anni Venti che “se solo gli nomini quella vecchia befana della Montessori gli piglia una crisi isterica”: i bambini e le bambine girano nudi, i bagni sono unici, le inibizioni vengono stroncate entro il primo semestre. Un po’ più grandi sono le allieve del St. Trinian’s, collegio britannico di fantasia che prende a modello il St. Trinnean’s di Edimburgo (che seguiva appunto i dettami montessoriani, niente punizioni e libero sfogo alla creatività) e fa la parodia ai ragazzi e alle ragazze per bene conosciuti nei romanzi di Enid Blyton (assieme alle “Cronache di Narnia”, presenza fissa nelle camerette inglesi). Le aristocratiche studentesse hanno preso il potere: seviziano gli insegnanti, bevono cocktail, fumano sigari, vanno in giro con le giarrettiere in vista e le pance scoperte, giocano partite di hockey che spesso finiscono in rissa. Accadeva in tempi non sospetti: i fumetti di Ronald Searle con le cattive ragazze risalgono agli anni Cinquanta, e finora ne sono stati ricavati sei film (il primo della serie, “Le belle di St. Trinian’s”, risale al 1954). Tradizione vuole che venga scritturato un solo attore per la doppia parte di Carnaby Fritton (il padre che iscrive la figlia a scuola, sperando in uno sconto parentale) e della sorella Camilla Fritton, preside dell’istituto. Qui tocca a Rupert Everett, in una riuscitissima imitazione di Camilla Parker Bowles. A completare il lussuoso cast troviamo Colin Firth, Stephen Fry (copia sputata di Oscar Wilde; infatti faceva la sua bella figura, con il garofano verde sul bavero fucsia, nel biopic di Brian Gilbert) e il magnifico Russell Brand, il musicista stonato (nel senso delle droghe e dell’idiozia conversazionale) con cui Sarah Marshall fugge in “Non mi scaricare”. Secondo Tom Wolfe, il quasi novantenne Ronald Searle sta tra i giganti del fumetto. Secondo Groucho Marx, va considerato un genio. Il film non raggiunge queste vette, ma comunque si ride.

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