UNA NOTTE DA LEONI

Con lo Jägermeister offerto da un giovanotto barbuto che porta il borsetto, in quattro brindano a “una notte che non dimenticheremo mai”. Impresa impossibile, visto che il giorno dopo nessuno ha la pallida idea di quel che sia successo durante l’addio al celibato. A malapena ricordano che il futuro sposo si chiama Doug, ma per quanti sforzi facciano non lo trovano da nessuna parte (mentre la fidanzata, al telefono, ricorda che mancano poche ore al matrimonio). La supersbornia – il titolo originale era “Hangover”, cerchio alla testa – si conclude in una supersuite di Las Vegas, quasi completamente distrutta e con un paio di optional che solitamente il servizio in camera non fornisce: un neonato e una tigre, entrambi nel bagno. Altro dettaglio sinistro, una poltrona con il rivestimento che ancora brucia, mentre le bambole gonfiabili nella jacuzzi vanno considerate nella norma. Parte la caccia al tesoro, indizio dopo indizio: bisogna ritrovare lo sposo e capire perché il dentista – dotato di fidanzata che gli lascia il guinzaglio corto, pur credendolo in un agriturismo – ha un incisivo mancante. Il film di Todd Philips da un paio di settimane ha scalzato “Up” di Pete Doctor dal primo posto negli incassi americani (il vecchietto con occhiali e sopracciglia candide che somiglia a Scorsese noi lo vedremo a ottobre con tutta calma, siamo italiani, a meno di progettare un giretto in Egitto o in Kuwait dove è in sala dall’inizio di giugno). Le due imprese, economicamente, non sono paragonabili: l’animazione Pixar-Disney è costata 175 milioni di dollari e finora ne ha incassati 198. Il dopo sbronza – Liza Minnelli in “Cabaret” lo curava con l’uovo crudo – ne ha incassati finora 120, quasi quattro volte i 35 che sono serviti per produrlo. Né sono paragonabili le storie. Ma “Una notte da leoni” è abbastanza oltraggioso e divertente da meritarsi il successo. Si strapazzano i bambini, si maltrattano le tigri (era da “Susanna” con Katharine Hepburn e Cary Grant che non vedevamo un grosso felino in una parte quasi parlante), si insultano le checche giapponesi, si mostrano chiappe nude e sospensori. Scopriamo Zach Galifianakis, la versione americana di Maurizio Milani. Barbuto e rotondetto, sa che le tigri amano il pepe e odiano la cannella. Quando sente pronunciare nella stessa frase le parole “anello di famiglia” e “Olocausto” si informa: “Regalavano anelli all’Olocausto?”

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