MARTYRS

E’ francese, compaesano di Antonin Artaud e del suo teatro della crudeltà. Non poteva limitarsi a un horror come gli altri: baita in capo al mondo o tenda nei boschi, adolescenti o coppia appena scoppiata, fili del telefono divelti o cellulari senza campo, serial killer solitario o banda di bad boys, con maschere artistiche o a viso scoperto. Pascal Laugier si è ripassato “Il giardino dei supplizi” di Octave Mirbeau, i quadri più visionari di Hieronymus Bosch e l’intera martirologia cristiana: i decollati, gli scorticati, i gratinati, gli incatenati, i piagati, chi si presenta con i seni sul vassoio, chi al passante mostra su un piattino gli occhi cavati dalle orbite, chi offre alle frecce il torace e gli addominali da palestra. Inutile avvertire i sensibili, si saranno già avvertiti da soli. Utile invece avvertire i duri, oppure quelli incuriositi da commenti come “le nuove frontiere dell’horror”, “l’orrore metafisico”, “una meditazione sulla natura umana”, “violenze mai gratuite”, perfino “un Dario Argento che si trasforma in Michael Haneke”. Non abbiamo simpatia per nessuno dei due registi: sul coté horror preferiamo gente che colpisce alla testa o al cuore prima di mirare allo stomaco (adottiamo qui la scala Stephen King dell’horror riuscito); sul coté “ti faccio la morale” non preferiamo nessuno, a mettere insieme la filosofia con il cinema riesce meglio il Brad Bird di “Gli Incredibili”. Quindi cercheremo di spiegare con parole nostre, senza rovinare la sorpresa. Inizio ottimo: una ragazza scappa nuda e martoriata da qualcosa che somiglia a una vecchia fabbrica. Poi arriva la prima carneficina ( assai cruenta ma non paragonabile alle atrocità che vedremo in seguito), eseguita da una ragazza che imbraccia il fucile (se così possiamo chiamare un’arma tanto potente da far rimbalzare indietro di qualche metro gli sparati). E’ soltanto il primo atto di tre, e cominciamo a pensare che il regista abbia girato il primo film dell’orrore totalmente sprovvisto di suspense (se non quella da addetti ai lavori: voglio vedere come farà ad arrivare all’ora e mezza). Non è così, ma bisogna aspettare che entri in scena Mademoiselle, tale e quale a una Simone de Beauvoir invecchiata e sovrappeso, sempre fedele al suo turbante. Musica dei Seppuku Paradigm, dove seppuku sta per il suicidio rituale alla giapponese.

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