Il CANTO DI PALOMA

Orso d’oro all’ultima Berlinale, ben si capisce perché. Nessuna giuria al mondo saprebbe resistere a un film che arriva dall’America latina, è diretto da una giovane regista alla sua opera seconda, mette in scena la sofferenza delle donne stuprate. Sullo sfondo, le baraccopoli alla periferia di Lima. Incombente, il passato evocato dalla nenia di apertura, che racconta la violenza terrorista degli anni Novanta legandola a una leggenda. La madre ha cresciuto Fausta con il latte della disperazione – “La teta asustada” era il titolo originale – incutendole il terrore per gli uomini. A vent’anni la ragazza cammina rasentando i muri, esce di casa solo se è necessario. Per maggiore precauzione, usa una patata in funzione antistupro. Lo certifica il medico, dopo averla visitata, e avverte lo zio: il problema si porrà con i germogli. Con tutto il rispetto per il realismo magico, per le donne seviziate, per le registe brave e buone che sanno sempre dove mettere la macchina da presa e mai dimenticano il messaggio, a noi l’horror ginecologico è sembrato un po’ eccessivo. Soprattutto quando il problema dei virgulti si pone davvero e il realismo magico fugge via lasciando via libera a uno sgradevole realismo: vediamo Fausta che con un paio di forbici tagliuzza via la vegetazione in eccesso. Subito dopo la nenia – nuova di zecca, musiche composte dall’attrice protagonista Magaly Solier, parole della regista Claudia Llosa – la madre di Fausta muore, quindi si pone il problema del seppellimento. Ed è una verità universalmente riconosciuta, perlomeno al cinema, che un cadavere in cerca di sistemazione offra a qualsiasi storia una marcia in più. Capita anche qui: non ci sono i soldi per il funerale, si avvicina il matrimonio della cugina, Fausta è costretta ad andare a servizio in una villa per mettere insieme il denaro necessario, intanto si arrangia con fasciature e balsami. La regista, nata a Lima nel 1976, aveva debuttato tre anni fa con il molto lodato (e mai uscito in Italia) “Madeinusa”: gli scatenamenti carnevaleschi in un paesino sperduto delle Ande, quando gli abitanti sono convinti che Dio è morto, quindi non può vedere i peccati degli uomini. Folklore e matrimoni collettivi anche in questo film, recitato da due attrici più immobili che brave: le registe da premio non dimenticano mai un dettaglio.

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