STAR TREK – Il FUTURO HA INIZIO

J. J. Abrams è un grande. E noi vorremmo vivere abbastanza per vedere un erede di Harold Bloom abbastanza coraggioso da dargli il posto che gli spetta nel Canone Occidentale. Per chi avesse trascorso gli ultimi anni sprofondato nella lettura dei romanzi di Antonio Scurati o di Daniele Del Giudice, J. J. Abrams è l’inventore di “Lost”, la serie tv che racconta un gruppo di sopravvissuti a un disastro aereo, naufraghi su un’isola deserta, (o dentro un sogno, o in un purgatorio, o in un mondo alternativo, o forse in un malvagio esperimento). Una variazione su Robinson Crusoe, magnificamente scritta e ormai dopo cinque stagioni dannatamente complicata, che merita di stare accanto all’originale settecentesco di Defoe (best seller dei suoi tempi scritto per fare soldi, non per vincere il premio Strega). Solo J. J. Abrams poteva uscire vincitore dal corpo a corpo con gli eroi spaziali – e multiculturali fino ad ammettere un alieno – creati da Gene Roddenberry nel 1966: esausti dopo dieci film e centinaia di repliche in tv, guardati a vista dai permalosi fan (della seconda serie, “The New Generation”, non vogliamo parlare: a noi piacevano i pigiamini colorati, i pionieristici effetti speciali, la sfacciataggine con cui gli sceneggiatori, tra cui Theodor Sturgeon, proiettavano nel futuro antiche leggende e mitologie). Questo “Star Trek” è puro divertimento per lo spettatore, che ritrova Kirk e Spock da ragazzini – uno nello Iowa, l’altro su Vulcano – entrambi alle prese con imponenti figure paterne (già immaginare scene così senza la psicoanalisi d’accatto cara agli sceneggiatori, è un bel risultato: lode alla coppia Roberto Orci & Alex Kurtzman). Nel gioco, condotto con straordinaria sapienza narrativa, troviamo tutto: l’Enterprise, il diario del capitano, i cattivi con tatuaggio (peccato per i Klingon) e pure Leonard Nimoy, l’unico e originale. Con variazioni o retroscena sufficienti a catturare l’attenzione per due ore, senza cedimenti. Il teletrasporto, per esempio, non sempre funziona come dovrebbe, e la partenza per il viaggio inaugurale ha qualche intoppo, colpa di Sulu che per l’emozione non ha ripassato bene il manuale. Mai avremmo pensato che Zachary Quinto con le orecchie a punta si potesse guardare senza ridere: le foto erano – e rimangono – cartolinesche. A fare il miracolo, la bravura di uno che crede nelle storie e le racconta bene.

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