STAR SYSTEM – SE NON CI SEI NON ESISTI

Come in tutte le storie a chiave dove i nomi sono stati cambiati onde evitare querele (innocenti nel film non se ne vedono) per divertirsi bisogna sapere chi è chi. Sidney Young – nella realtà si chiama Toby Young – è un giornalista inglese dal pessimo carattere e dalle inesistenti qualità mondane promosso al suo livello di incompetenza: per l’edizione americana di Vanity Fair starà alle calcagna dei ricchi e famosi. L’originale aveva avviato insieme a Julie Burchill (e a Cosmo Landesman, suo consorte prima della parentesi lesbica), la Modern Review, con l’intenzione di spiegare agli intellettuali la cultura popolare. Per i molti nemici, una rivista che “parlava male di chiunque non ci lavorasse”. Dopo vari litigi tra fondatori e collaboratori, l’insopportabile e isterico giovanotto parte per gli Stati Uniti, arruolato da un boss che nella finzione si chiama Clayton Harding e dirige la rivista Sharps. Il primo giorno va a lavorare con addosso una maglietta da teppista. La sua carriera di impresentabile culminerà nell’invio di una spogliarellista in redazione, giusto il giorno delle porte aperte a mogli e bambini in visita. Dirige il film Robert B. Weide, una delle menti dietro le quinte di “Curb Your Enthusiams”, tanto per stare in tema di antipatici. Come prima mossa, racconta di aver cacciato dal set Mr. Toby Young in persona, che voleva metter lingua dappertutto (il film è tratto dal suo memoir, “How To Lose Friends and Alienate People”, come perdere gli amici e farsi il vuoto intorno; oltre che, naturalmente, ricavare soldi e notorietà dall’insuccesso, talento ammirevole). Il giornalista che si intrufolava alle feste con i maiali, prima dell’influenza suina, viene accolto con disprezzo dalla redazione tutta. Purtroppo il film svela soltanto nella seconda metà il background familiare, all’origine delle smanie per il bel mondo. Il genitore era un serio sociologo, che inventò il termine “meritocrazia”. Il figlio fece quel che era in suo potere per ribellarsi (“tu credevi che Brad Pitt fosse un cane  particolarmente feroce”, riassume lo sceneggiatore, non sempre a questo livello). La satira non freschissima sul giornalismo non troppo indipendente si intreccia con un po’ di romanticismo, molte citazioni da “Il grande Lebowski” dei fratelli Coen, un’attricetta a bagno nella piscina per omaggio alla “Dolce vita”, dopo aver girato un biopic su madre Teresa di Calcutta.

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