STATE OF PLAY

L’ultima scena è un inno al giornale di carta, frusciante e odoroso d’inchiostro. Da parecchio un regista non inquadrava le rotative con tanto affetto. Sembra di essere tornati indietro di decenni, quando i tipografi avevano le maniche rimboccate, i giornalisti la penna dietro l’orecchio, tutti fumavano alla scrivania, si andava in redazione con il cappello, si accartocciavano i fogli da lanciare nel cestino senza centrarlo mai. La Scottante Inchiesta è andata in stampa, finalmente, e forse vincerà il premio Pulitzer. Hanno giocato contro i nuovi azionisti del giornale (che pretendono uno scoop al giorno per battere la concorrenza) e i blog (che vorrebbero cinque righe di gossip ogni due ore, per battere i colleghi che ancora hanno il tavolo ingombro di ritagli). Russell Crowe ha piegato gli uni e gli altri, convincendoli a collaborare mentre rischiava la pelle indagando sull’assistente di un uomo politico morta sotto un treno della metropolitana. Anche il film di Kevin MacDonald – regista di “L’ultimo re di Scozia” – è sceneggiato e girato alla vecchia maniera, gemellandosi ogni volta che può con “Tutti gli uomini del presidente”. Alla vecchia maniera, intrattiene per un paio d’ore, senza obbligo di dibattito sulla blogosfera. Il reporter ha la camicia fuori dai pantaloni, i capelli lunghi e bisognosi di shampoo, guida una vecchia auto, conosce tutti in città e non riserva trattamenti di riguardo neppure ai vecchi amici. Si comporta con più cortesia con le mogli dei vecchi amici, a cui però tocca una scena imparata da Hillary Clinton: mascella serrata e aria di circostanza per sostenere il marito troppo affettuoso con la leggiadra assistente (la telecamera impietosa inquadra la lacrima sul viso quando dà l’annuncio: come e meglio di una piena confessione). Il cast avrebbe dovuto schierare Brad Pitt nella parte del giornalista e Edward Norton nella parte dell’uomo politico (qui sostituito da Ben Affleck). L’idea e parte della trama arrivano da una miniserie britannica con lo stesso titolo, scritta da Paul Abbott nel 2003. Per adattarla e trasportarla a Washington sono serviti tre sceneggiatori: Michael Carnahan, Bill Ray e l’immancabile Tony Gilroy di “Duplicity” e “Michael Clayton”, sempre pronto a dare una mano se serve un colpo di scena o bisogna far l’elogio dei giornalisti che non mollano la presa, mai.

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