TULPAN – LA RAGAZZA CHE NON C’ERA

Immaginatelo come un minuscolo reality show nella steppa kazaka, a centinaia di chilometri da qualunque cosa somigli a un paese o a una città. Il regista, ex documentarista, ha trascinato fin lì i pochi attori e la troupe, obbligandoli a vivere per mesi – finché non c’era la luce giusta – la dura e solitaria esistenza dei pastori. Quando le pecore partorivano, o c’era un agnellino da rianimare (l’episodio è debitamente riportato nelle note di regia, a garanzia di cinema-verità), toccava all’ex studente della scuola di cinema darsi da fare. Il veterinario, a bordo di un sidecar con un cammello ferito e bendato, è di quelli che arrivano sempre fuori tempo massimo. Minima la storia: uno scapolo in cerca di una moglie, per amore e perché ambisce a un gregge tutto suo (il fratello sennò non è disposto a cedergli neanche una pecora). Asa è appena tornato dal suo servizio militare in Russia. Si presenta in divisa da marinaio alla tenda dei futuri suoceri, e per mettersi in buona luce racconta di un combattimento con una piovra gigante, prima avvisaglia dell’umorismo tutto kazaco e minimale del film, che ha vinto l’anno scorso a Cannes il premio “Un certain regard”. Bisogna però avere pazienza, perché i tempi sono da steppa, e tra i lampadari offerti come pegno d’amore è sempre in agguato il documentario etnografico. Tra gli svaghi (si fa per dire), qualche giro in furgoncino in mezzo al nulla, e le pagine di una vecchia rivista. La ragazza prescelta, che sembra anche l’unica ad abitare nei dintorni, snobba il corteggiatore perché ha le orecchie a sventola (e perché sogna di trasferirsi a Alma Ata, con un marito che non faccia il pecoraio: Tulpan è il suo nome). Chi ha visto “Il matrimonio di Tuya” riconosce subito il genere, già battezzato tra i forzati dei festival come “yurta movie”: dal nome delle abitazioni, con tappeti per tetto e per pavimento, usate dai nomadi. Lì gran parte del tempo trascorreva tra i viaggi al pozzo per prendere l’acqua (oltre alla ricerca di un secondo marito capace di farsi carico anche del primo, invalido: i luoghi sono pittoreschi, la vita una battaglia). Qui siamo intrattenuti da tre mocciosi rumorosissimi: uno canta con voce da spaccare i vetri (se solo ci fossero), uno traffica con la radiolina, uno cavalca senza stancarsi un bastone.

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