TUTTA COLPA DI GIUDA

In materia di laboratori teatrali organizzati in carcere, la memoria cinematografica rimanda a un paio di titoli. “Blu scuro quasi nero”, girato dallo spagnolo Daniel Sanchez Arevalo (alle Giornate degli Autori veneziane di qualche anno fa, mai uscito in sala): una carcerata approfittava delle prove per farsi mettere incinta. E “Tomorrow La Scala!”, di Francesca Joseph: il musical “Swewney Todd” di Stephen Sondheim da allestire nella sezione di massima sicurezza, con una guardia carceraria che mentre canta e balla tiene d’occhio i detenuti più pericolosi (chi ha visto il film di Tim Burton, che fa gocciolare sangue già sui titoli di testa, sa che si tratta di una terribile storia di sgozzamenti sulla poltrona del barbiere, con la vendetta come movente, e i cadaveri smaltiti dalla fidanzata fornaia che li usa come ripieno per il pasticcio di carne). Tutti e due sono più agguerriti e irriverenti dell’ultimo film di Davide Ferrario, che a San Vittore prima e alle Vallette di Torino ha lavorato con i carcerati per una decina d’anni. “Tutta colpa di Giuda” all’inizio sorprende tenendo fede al sottotitolo – una commedia con musica – e poi si smarrisce negli intrecci tra la vita e la rappresentazione, tra la Passione di Gesù e il fatto che nessuno vuole recitare il ruolo di Giuda, tra la giovane regista d’avanguardia arruolata per guidare la messa in scena e un direttore di carcere poco convinto del suo ruolo, tra dibattiti teologici (“Gesù si è fatto uomo, ma aveva un biglietto di andata e ritorno, a noi è toccato il biglietto di sola andata”) e guizzi di competenza drammaturgica (“ci vuole un morto per fare una bella storia”). Apprezziamo il fatto che Davide Ferrario abbia investito nell’impresa soldi suoi, assieme al contributo della Film Commission torinese. Ma al terzo acquazzone che come un deus ex machina risolve una scena avviata su un binario morto, abbiamo la certezza che le buone intenzioni sopravvanzano i risultati. In vista dello spettacolo pasquale, la regista si mette a leggere i Vangeli, uno per sera, mentre il fidanzato catatonico (Cristiano Godano del gruppo Marlene Kuntz, che firma la colonna sonora) le chiede: “ma non l’hai già letto ieri sera?”, così lei può spiegare che ce ne sono quattro, e lui ribattere “tanto già lo sai come va a finire”. Gli attori non professionisti hanno facce e presenze più memorabili dei professionisti.

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