LA VITA SEGRETA DELLE API

Il gusto per il dolce - come la resistenza all’horror, o il coraggio nel caso di Don Abbondio - se uno non lo possiede non se lo può dare. Può fingere per non far la figura del solito Franti, può prenderla larga per non guastare il piacere a chi lo zucchero lo ama e lo cerca, può chiacchierare d’altro. Per esempio, della recensione di Rogert Ebert, che ha molto amato “La vita segreta delle api” e se la prende con un collega che ha invece seppellito il film sotto quattro esse: “Sappy, syrupy, sentimental and sermonizing” (sdolcinato, sciropposo, sentimentale, edificante). Il critico del Chicago Sun-Times aggiunge che non bisogna mai sentirsi superiori alle proprie emozioni, certificando che una lacrima vale più di tante teorie sul cinema. Perfettamente d’accordo. Ma a voler essere maligni, l’eccesso di spiegazioni suggerisce che mentre la lacrima scendeva, un po’ se ne vergognava. Se la lacrima non scende, a guardare la povera Dakota Fanning orfana di madre e maltrattata del padre nel South Carolina del 1964, si può aspettare l’entrata in scena delle apicultrici. Tre sorelle nere - l’imponente Queen Latifah, Sophie Okonedo di “Hotel Ruanda”, la cantante Alicia Keys, già vista in “Diario di una tata” -  che hanno i nomi dei mesi (August, June, May), vivono in una casa color confetto, producono il miele più buono della zona, e vestono più o meno come Michelle Obama durante il giuramento alla Casa Bianca. Brave, belle, generose, capaci di opporsi al razzismo, di affermarsi come violoncelliste o imprenditrici, e pure di ridare coraggio alle ragazze bianche scappate di casa (ogni possibile ricamo sul tema dell’ape regina, dell’alveare, dell’operosità viene puntualmente tenuto in considerazione). Come nel bestseller di Sue Monk Kidd, la quattordicenne Lily scappa di casa assieme alla domestica nera Rosaleen, che aveva avuto l’ardire di registrarsi al voto dopo la proclamazione del Civil Rights Act, e per questo era stata malmenata. Troverà, appunto, un dolce e colorato paradiso, con donne che prendono in mano il proprio destino e aiutano le sorelle meno fortunate. In attesa che la lacrima scendesse, abbiamo fatto in tempo a notare che Paul Bettany è troppo chiaro di pelle per un coltivatore di pesche del profondo sud. E la domestica Rosaleen – l’attrice Jennifer Hudson – parla un italiano con tutti i congiuntivi a puntino.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi