GLI AMICI DEL BAR MARGHERITA

"Al bar Casablanca / parliamo parliamo di proletariato / di rivoluzione” cantava Giorgio Gaber nel 1972, registrando puntualmente la divisa d’ordinanza dei parolai: camicia slacciata, maglione, gauloise, nikon sul tavolino, giornali con titoli rossi, blue jeans scoloriti, “la barba sporcata da un po’ di gelato”. Altra cosa erano i bar degli anni '50. A Bologna, sotto i portici di via Saragozza, il bar Margherita aveva più regole di una società segreta. Bisognava arrivare la sera tardi, lasciando a casa madri, mogli e sorelle, mai con l’ombrello, neppure sotto il diluvio. Vietate anche le gite in pullman ai santuari, con il mangiare nelle sporte e la bottiglia dell’acqua e limone. Siccome i clienti abituali del locale “credono alla messa e al rosario anche se non ci vanno o almeno non si fanno vedere”, bisogna pensare che a tenerli lontani dai pellegrinaggi fosse la nausea per le curve in pullman o il panino spiaccicato nella carta oleata. Al bar Margherita stavano gli eccentrici: Pupi Avati se li ricorda uno per uno. Mezzo secolo dopo li celebra nel suo ultimo e bellissimo film: ormai sono più di quaranta (e noi per la generosità dei narratori, che ogni anno tirano fuori una storia nuova, abbiamo un debole). Oltre che nel racconto con lo stesso titolo appena uscito da Garzanti, dove il regista si concede qualche parola in più delle semplici indicazioni di sceneggiatura. “Una cosa buona di mia madre è che non sa mai quanti soldi ha nella borsa, e questo per un figlio è importante”, spiega Taddeo Osti detto Coso, innamorato perso di una ragazza che guarda altrove. Quando riesce ad acchiapparla, in una festa pomeridiana con le tapparelle abbassate, i palloncini appesi al soffitto e un lento che suona, Avati si concede un magnifico tocco da commedia nera. Non guasta, perché il bar Margherita è il regno del divertimento cattivo: scherzacci che possono rovinare la vita. C’è un “linfomane” venuto dal sud, che tenta di piazzare macchine usate, ma la cosa che davvero gli interessa è farsi spedire dalla Svizzera gli occhiali a raggi X per guardare le femmine sotto le gonne. C’è il campione di biliardo che tira tardi al bordello, finendo la serata alla stazione con le lasagne. C’è l’installatore di antenne che sogna di andare a Sanremo con una sua canzone, intanto si fa crescere il ciuffo e si esercita (malamente) nel vibrato.

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